Tutto sembra finito. Cristo è morto, e per giunta condannato al supplizio della croce. Ma la storia non è terminata.

Dopo aver ascoltato l’Ave verum di Mozart, non a caso considerato da B. Paumgartner «la più alta opera d’arte mai scritta» dal salisburghese, e il corale di Bach tratto dalla Passione secondo Matteo, cediamo idealmente la bacchetta ad un altro compositore: Anton Bruckner. Nato nel 1824 ad Ansfelden, un comune dell’Alta Austria, Bruckner divenne famoso per i suoi meriti di organista e compositore che gli valsero numerosi riconoscimenti da parte del mondo culturale dell’epoca. Oltre alle Sinfonie, egli compose numerosissimi brani a carattere sacro, fra i quali il denso mottetto Christus factus est del 1884. Di seguito il testo latino e la sua traduzione:

Christus factus est pro nobis obediens
usque ad mortem, mortem autem crucis.
Propter quod et Deus exaltavit illum et dedit illi nomen,
quod est super omne nomen.

Cristo si è fatto obbediente                                                                                         fino alla morte e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome.

Il testo del mottetto, estrapolato dalla Lettera ai Filippesi di San Paolo, è di grande importanza per la teologia cattolica, tanto da essere cantato ancora oggi nei giorni più solenni della Chiesa, quelli del Triduo Santo che celebrano la passione, morte e risurrezione di Cristo. Nella visione teologica di Paolo, Cristo, dopo essersi incarnato nel grembo di Maria, si spoglia ancor di più della sua divinità accettando di morire sulla croce. E ciò che permette al Figlio di Dio la sua kenosis, il suo abbassamento, è l’obbedienza; un’obbedienza che è fedeltà, amore incondizionato verso il Padre. Se nella Lettera agli Ebrei si legge che Cristo «imparò l’obbedienza dalle cose che patì», Paolo afferma che solo in virtù di quella stessa obbedienza Egli si è consegnato alla morte; e non ad una morte qualsiasi, ma alla morte di croce, supplizio considerato infamante. Alle parole bibliche di Paolo, la liturgia aggiunge il dativo di vantaggio: Cristo si è fatto obbediente per noi – pro nobis –, come già nel Credo – Qui propter nos homines et propter nostram salutem descendit de caelis – e nell’Ave Verum già da noi preso in considerazione: «in cruce pro homine».

Il brano comincia con due note di uguale durata sulle rispettive sillabe della prima parola: Chri-stus. È Lui il protagonista di quanto la musica sta per raccontare. E uso il termine «raccontare» non a caso. Infatti, a differenza di altri testi, come ad esempio quello dell’Ave verum di cui abbiamo già parlato, il Christus non si sofferma ad esprimere l’adorazione o la preghiera dell’uomo verso Dio, ma vuole innanzitutto raccontare, descrivere attraverso il ricercato lessico teologico di Paolo, quanto Dio ha dovuto fare per amore dell’uomo («pro nobis»). È come cercare di intravedere il medesimo mistero da due differenti angolazioni: nel primo caso è l’uomo a fissare il suo sguardo su Dio e ad esclamare: «Ave, Verum Corpus…»; nel secondo, è Dio che prende la parola (Lui che è il Logos!) e racconta all’uomo la storia della salvezza dal suo punto di vista, quello del Figlio «obbediente fino alla morte». Di conseguenza, la musica non può che adeguarsi al messaggio del testo.

La tonalità di Re Minore e la voce sommessa (piano) del coro proiettano sin da subito l’ascoltatore in un’atmosfera carica di pathos e mistero. Mentre le voci femminile (Soprani e Contralti) insieme a quelle maschili più acute (Tenori) rimangono quasi ferme, il canto dei Bassi- le voci maschili più gravi- scendono sulle parole «factus est pro nobis» per poi risalire e riposare sull’ultima sillaba (bis), dove tutte le voci cantano l’accordo di Si bemolle. Per un attimo si avverte un clima di serenità che alleggerisce la gravità del Re Minore iniziale. Ma il brano è appena iniziato e il clima di mistero torna a farsi vibrante. Una dopo l’altra, partendo da quella più bassa e crescendo di intensità, le voci cantano «obediens», parola-chiave del brano, fino ai Soprani i quali, quasi accettando la sfida lanciata dalle corde più gravi, rispondono con un forte dopo il quale non si può che diminuire. E così accade. Mentre le corde meno acute (Contralti e Bassi) cantano la seconda sillaba –be-, i Soprani, seguiti a mo’ di eco dai Tenori, ripropongono per ben tre volte «obediens», scendendo fino a spegnersi con un pianissimo sulle parole «usque ad mortem, mortem autem crucis».

Tutto sembra finito. Cristo è morto, e per giunta condannato al supplizio della croce. Ma il brano non è terminato. Partendo da un piano sulla parola «propter» («per questo», cioè per tutto quello che si è detto finora sull’abbassamento di Cristo) il coro arriva al fortissimo di «exaltavit», altra parola-chiave. L’amore del Padre non poteva abbondonare il Figlio obbediente; Egli lo risorge dai morti e gli dà «un nome che è sopra ogni altro nome». La teologia diventa musica. La musica si fa suono e silenzio in grado di esprimere il dolore e la segreta speranza di ogni uomo.

Buona ascolto e buon silenzio.

Bruckner, Christus factus est, King’s College Oxford:


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Mi chiamo Michele Carretta, sono nato il dieci Aprile del 1986 e vivo ad Andria. Figlio unico, credo nei valori alti della famiglia, dell’amicizia, l’amore e in tutto ciò che umanizza la vita e la rende più bella. Mi piace leggere, andare al cinema, suonare e ascoltare musica. Attualmente sono laureando in Letterature comparate, con una tesi sulla Divina Commedia e il Canzoniere di Petrarca, e direttore dell’ufficio Musica Sacra della Diocesi di Andria.