
Scrittrice e Formatrice, ha fondato e gestisce, a Bari, la Piccola Scuola di Scrittura Creativa e Autobiografica INCIPIT.
Francesca Palumbo. Counsellor Gestaltico. Scrittrice. Docente di letteratura (inglese e americana). Fondatrice della Piccola Scuola di Scrittura Creativa e Autobiografica Incipit. Divoratrice bulimica di libri. Tante e belle cose. Cose da esseri umani preziosi. Ce le spieghi cortesemente.
Non le vivo come etichette, ma tutte come espressioni di una stessa vocazione. Sono diventata scrittrice perché avevo bisogno di dare forma alle domande, counselor perché volevo capire meglio le persone e me stessa, docente perché amo condividere ciò che mi ha salvata nei momenti difficili: i libri. Tutto nasce da una stessa fedeltà alla complessità dell’essere umano. Non credo nelle identità rigide, credo nelle stratificazioni, nei passaggi, nelle metamorfosi. Le cose che faccio non sono altro che modi diversi di restare in relazione con ciò che siamo, con ciò che perdiamo, con ciò che possiamo ancora diventare.
Tu sei una specie di “casa umana” con tante stanze (le stanze le abbiamo elencate nella domanda precedente e sono ciò che fai). In quale stanza entri più frequentemente e in quale meno? Quale stanza è solo di Francesca?
Credo che siamo tutti fatti di molte stanze, e che la vita ci chieda di attraversarle, di abitarle, a volte di lasciarle e poi tornarci. A me, fondamentalmente, interessa ciò che muove le persone, ciò che le ferisce, ciò che le salva. Tutto quello che faccio, in fondo, nasce da un’unica domanda: come possiamo stare al mondo in modo più consapevole, più gentile, più vero? Entro spesso nella stanza dell’ascolto: che sia in aula, in un gruppo di scrittura o in un colloquio individuale, il mio primo gesto è sempre ascoltare. La stanza che è solo mia è quella del silenzio e della lettura: lì sono semplicemente una lettrice che si lascia attraversare dalle storie.
Il saperti una docente di letteratura americana mi fa venire voglia di nominare l’immenso Faulkner. Una dicotomia letteraria e umana per chi vuole scrivere, con la sua punteggiatura essenziale quasi scarna. Autodidatta ma potente. E la disperazione e l’accanirsi del destino e la mortificazione della resilienza delle sue storie.
Faulkner mi ha insegnato che la scrittura non deve per forza consolare. Può essere aspra, disordinata, persino crudele, e proprio per questo profondamente vera. La sua punteggiatura scarna, il suo modo di piegare la sintassi alle emozioni, mi ricordano che la forma non è mai neutra: è sempre una scelta etica oltre che estetica. E poi c’è il destino, che nei suoi romanzi sembra accanirsi sui personaggi, ma senza mai togliere loro dignità. È una letteratura che non salva, ma accompagna. E a volte è tutto ciò che possiamo fare. È un pensiero che cerco sempre di mantenere vivo, sia quando scrivo, che a scuola con i miei ragazzi, o quando tengo i miei laboratori di scrittura. Accompagnare…
Hai scritto che il tuo compito è di aiutare e sostenere chi partecipa, attraverso sollecitazioni, letture, suggestioni ed esercizi, a frequentare quei luoghi, attraverso la scrittura. Ognuno ha, infatti, dentro di sé uno spazio, un teatro in cui si muovono personaggi che agiscono e in cui accadono delle cose. Si possono insegnare la bellezza e la pazienza e la condivisione e infine la scrittura?
Certo non si possono insegnare come si insegna una regola grammaticale. Ma si possono creare le condizioni perché emergano. Nel mio lavoro cerco di offrire spazi, tempi lenti, stimoli, testi, esercizi che permettano alle persone di entrare in contatto con il proprio “teatro interiore”. Ognuno ha già dentro di sé storie, immagini, personaggi. La scrittura è un modo per dare loro voce. La bellezza nasce quando qualcuno si sente visto, e la pazienza è qualcosa che si impara a disciplinare quando si accetta che i testi, come le persone, hanno bisogno di tempo. La scrittura trova forma soprattutto quando si smette di giudicarsi e si comincia ad ascoltare se stessi.
Hai accennato al “dinamismo dei gruppi”? Ce lo spieghi cortesemente?
Un gruppo non è mai la semplice somma degli individui che lo compongono. È un organismo vivo, che cambia, reagisce, si trasforma.
Nei gruppi di scrittura questo è potentissimo: le storie degli altri attivano parti di noi, ci fanno osare di più, ci fanno riconoscere. Si crea una sorta di risonanza emotiva e creativa che da soli difficilmente si raggiunge.
Il gruppo, quando è ben accompagnato, diventa uno spazio di fiducia, un luogo ‘protetto’ dove si può sperimentare, sbagliare, riscrivere — non solo testi, ma anche parti della propria narrazione personale.
Un autore o autrice che ti ha emotivamente conquistata?
Toni Morrison. Per la sua capacità di raccontare il dolore senza spettacolarizzarlo, di dare voce a chi storicamente non l’ha avuta, e di farlo con una lingua che è insieme poetica e ferma, dolcissima e implacabile. Nei suoi libri ho sempre sentito un grande rispetto per la complessità dell’animo umano.
Luce e buio. In quale stato interiore non si può fare a meno di fermarsi?
Credo che ci si debba fermare quando si smette di sentire. Quando si va avanti per inerzia, per dovere, per aspettative altrui.
Il buio non è sempre un nemico: a volte è uno spazio di ritiro necessario, dove si rimettono insieme i pezzi, dove si ascoltano domande che nel rumore non si sentono. Fermarsi può essere un atto di cura, non di resa…
Hai un profilo Substack, vero? Perché? Stanca dei soliti Social?
Non direi stanca, (o almeno non ancora), solo curiosa di scoprire nuove piattaforme. Substack, mi appare particolarmente interessante, ma la frequento da pochissimo, sono ancora in fase esplorativa.
Cosa desideri che si sappia di te e quel che fai, cosa pesa umanamente e culturalmente?
Mi piacerebbe si sapesse che la Piccola Scuola di Scrittura Creativa e Autobiografica INCIPIT non è un luogo per “imparare a scrivere bene”, ma per imparare ad ascoltarsi meglio. La scrittura è lo strumento, non il fine.
Umanamente, per me è un lavoro di cura: delle storie, delle fragilità, dei desideri. Culturalmente, è un atto di resistenza alla superficialità, alla fretta, all’idea che tutto debba essere subito produttivo.
Credo profondamente che raccontarsi — con onestà e con rispetto — sia uno dei modi più potenti che abbiamo per restare umani.
























