Figli del benessere

«Colui che vede un bisogno e aspetta che gli venga chiesto aiuto è scortese quanto colui che lo rifiuta”»

(Dante Alighieri)

La verità è che lei, Charlotte, gli stenti non li aveva mai conosciuti e sua madre, Angela, nemmeno, pur essendo figlia della seconda guerra mondiale.

Quella donna, da bambina era stata abbandonata dal padre appena nata, era cresciuta nel sud Italia dilaniato dalla guerra, figlia di quella ragazza madre, Antonietta, la nonna di Charlotte, che aveva abbandonato il Friuli per scendere a fare la governante, in uno dei più prestigiosi hotel del napoletano.

Altre mamme classe 1937-1938 raccontavano la fame e la paura del suono del coprifuoco, Angela no; lei diceva che prima di andare a scuola, sola, perché Antonietta usciva presto per raggiungere il lavoro, passava dal bar e trovava cornetto e cappuccino pagati, nel 1943.

Qualcosa però, nonostante l’opulenza, perché questo era il bar di prima mattina per una bambina all’epoca di sei anni, doveva averle chiarito le idee.

Allo stesso modo, Charlotte era cresciuta nel benessere, conscia della storia della sua famiglia e figlia sempre di quella donna che un tempo ebbe sei anni. Angela le ripeteva continuamente: “qui sei una regina, ma fuori sei un numero. Niente ti distingue dalla massa ora e niente ti distinguerà mai, se non imperai che nulla ti è dovuto là fuori. Devi sudare come tutti”.

Nonostante ciò, Charlotte aveva sempre avuto tutto; chiedeva e le veniva dato. Era viziata, viziatissima. Rispetto ai suoi coetanei era la figlia della gallina dalle uova d’oro.

Eppure anche qui qualcosa doveva essere intervenuto: Charlotte a 18 anni si era messa a lavorare mentre studiava, faceva la cameriera. Non lasciava una lira in casa, i genitori le pagavano tranquillamente gli studi, i vizi e gli stravizi. Non le serviva niente. Ma doveva guardarsi allo specchio: doveva darsi da fare, senza che nessuno la spingesse a farlo. Certo, a mano a mano che studiava i suoi lavori miglioravano, la sua condizione economica era rimasta quella dell’alta borghesia, ma lei era di fatto alto borghese solo fuori.

Quella frase di sua madre non l’abbandonava mai: “sono un numero qua fuori, il mio conto in banca non fa di me un bel niente”.

Ora Charlotte aveva un figlio, Christian: terza generazione di benestanti. Scuola privata, casa nel pieno centro di Napoli ricoperta dei più pregiati materiali e con a disposizione tutte le comodità che un ragazzino undicenne poteva sognare di avere. Vestiti firmati, casa al mare, casa in montagna. Già proprietario di immobili, un figlio vergognosamente fortunato.

Eppure, ancora, terza generazione, qualcosa doveva essere intervenuto.

Quel bambino incolpevole era in mezzo ai ragazzini della sua classe sociale, in vacanza, partecipava ad una festa in spiaggia. Un compleanno di dieci anni, un buffet allestito in piena regola in riva al mare, ogni dettaglio portava il nome della festeggiata che al taglio della torta aveva anche previsto il cambio del terzo costumino. No, non bastava, per quei dieci anni c’era anche lo schiuma party. Si divertivano moltissimo, Charlotte li guardava.

Ecco, arrivarono due ragazzini africani carichi di merci varie da vendere ai ricchi. La piccola forse aveva sette anni, il fratello forse dodici.

A Charlotte venne mal di stomaco: dov’è la giustizia distributiva? Cos’ha mio figlio per essere un numero diverso da queste due anime di Dio? Cosa!!??

Passarono ore, la festa non accennava a terminare, gli animatori si prostravano a quei coloratissimi bambini e ridevano con i genitori in pieno clima giochereccio, che respiravano estate. Nessuno stava commettendo reati.

Presa dai suoi pensieri, Charlotte perse di vista Christian, ma aveva una fortuna: anche in mezzo al più profondo caos, ne sentiva la voce, sempre. Ringraziava Dio per quello strano udito selettivo. Seguì quel suono che la portò al biliardino dietro al bar: suo figlio era seduto con il ragazzino africano di ore prima, Ale; stava dividendo con lui i dolcetti avuti in regalo dal buffet, mentre Ale mise le mani nel borsello, prese due pezzi da 0,50 cent dal suo guadagno del giorno ed invitò Christian a giocare a biliardino.

Il sorriso di suo figlio, Charlotte non lo dimenticherà mai: aveva guardato il suo nuovo amico con tutta la felicità di cui era capace e lo sguardo di chi, a undici anni, sapeva bene che quel suo amico non aveva proprio niente che gli potesse far venire voglia di giocare: eppur giocava.

Lei intanto era intervenuta, a quel biliardino i gettoni erano arrivati e quei due pezzi da 0,50 cent erano tornati in quel borsello. I due bambini avevano continuato a giocare serenamente, come nulla fosse.

Charlotte si era di nuovo innamorata di suo figlio, dei suoi occhi verdi, di quel gesto, di quel momento. Così aveva pensato con nuova amarezza alla loro epoca storica.

Sono figlia del benessere, si ripeteva in silenzio, ma non ho mai vissuto per il benessere; inizio a credere che Christian lo sappia e so che non è solo. Questo mondo infame non avrà per forza vita facile con le nuove generazioni. Forse non tutti, ma molti di loro sanno vivere bene e nel contempo sanno dividere il pane, guardare la realtà con gli occhi amari di chi ha già capito tutto e saprà fare qualcosa, come oggi.

E così…

“Mamma,  ma perché sei distratta?”, chiese Christian molto più tardi.

“Pensavo a te ed Ale, amore”.

“Me ed Ale? Perché mai?”.

“Sai come gli hai sorriso?”.

“Sì, mamma, lo so”.

“Davvero?”.

“Certo! Gli ho sorriso così perché io lo sento che lui avrà un futuro bellissimo. E gliel’ho detto: perché ho pensato che la prima cosa che potevo fare, era regalargli la speranza”.

Se solo Charlotte fosse stata abbastanza forte, quella breve conversazione sarebbe stata sufficiente a reggerla per i successivi sei anni di fila. Beh, così forte non riusciva ad essere sempre, ma quel giorno aveva avuto una grossa mano dal sangue del suo sangue. Aveva solo paura ad esserne troppo orgogliosa, perché le cose belle, a dirle, si sa, non succedono. E se succedono, poi finiscono.

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FontePhoto credits: Myriam Acca Massarelli
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.