«Ferite e feritoie. Esce sangue ed entra luce»

(Acca)

Morgan stava portando a termine quella che sarebbe stata la sua nuova pubblicazione, era indaffarato per questo, continuava a insistere con i vertici:

«La ricerca è mia, mi sono procurato i finanziamenti che mi hanno portato a questi risultati pur lavorando nei vostri laboratori. Esigo di restare ultimo autore».

(Nella ricerca scientifica tutto funziona al contrario: è l’ultimo autore quello che conta. L’ultimo che sarà il primo, in un lavoro che non ha niente a che fare con Dio. Forse…)

Le cellule in coltura non crescevano in quel weekend, i dati al pc non erano perfettamente rispondenti alle aspettative eppure un guizzo lui lo aveva avuto: dietro quei ragionamenti e quei risultati c’era qualcosa di grosso ed aveva paura di scoprirlo.

Chiamò un collega sconosciuto, quasi collega. Ricopriva un ruolo lievemente diverso dal suo, ma mangiavano la stessa pasta.

«Sono un dottore in biologia, insegno biologia da vent’anni, questi dati stanno sconvolgendo ogni mia certezza, vorrei conoscere il suo parere».

Convennero che qualcosa di grosso si stava srotolando sotto quegli occhi, era la ricerca di una vita. Non c’era mai stata rinuncia, né accanimento. Morgan aveva sempre lavorato, certo non si aspettava di essere così vicino alla “particella di Dio”, come la chiamano loro, così di punto in bianco. Poteva non avere paura? Nemmeno uno scienziato può. Non era pronto ad accettare che fosse possibile, voleva scappare, non ci riusciva; voleva continuare, avrebbe potuto essere incapace anche di questo.

Ma era un leone: voleva essere ultimo autore. Ne aveva il diritto.

E come in ogni storia di Re Leone che si rispetti, non era solo. Dietro le quinte di quella giostra tanto grande, a manovrare il service nel punto più nascosto del teatro c’era lei: aveva il dono dell’invisibilità, facevano più o meno lo stesso lavoro, condividevano molto più di un pensiero, si scontravano indicativamente sei giorni su sette, crescevano in sintonia ventiquattr’ore su ventiquattro.  Nessuno conosceva la sua esistenza, nessuno poteva immaginare la vicendevole influenza, in realtà nessuno mai avrebbe saputo che esisteva un service.

Era naturale, non c’era una precisa gestione, nessuno ricopriva un ruolo specifico. Eppure lei, cervello eclettico, amante dello stealth, fondamentalmente orso, muoveva le mani e disperdeva i pianeti, per dirla con Sangiorgi.

Aveva la sua postazione in disparte, la cosa non le creava nessuno scompiglio, come mai le aveva creato problemi il suo nome, che invece faceva trasalire sempre chiunque. Difficile e bellissimo quel nome: i suoi genitori dovevano aver avuto salde ragioni per sceglierlo. Calipso si chiamava.

Era confuso Morgan, quel giorno. Nato il 29 luglio, leone di nome e di segno zodiacale, si era accorto che era proprio il pomeriggio del 29 luglio.

Aveva finito di parlare con il quasi collega, aveva temuto che quella conversazione lo stendesse al suolo… così non fu. E allora doveva cercare Calipso. Accollandosi il rischio delle sue assurde reazioni.

Non si limitò a chiamarla; solo lui sapeva dove viveva, solo lui sapeva che esisteva, solo lui sapeva cosa le piaceva.

Citofonò, come rarissimo possa avvenire anche nella Croazia in cui in quel periodo si trovavano. Tutto il mondo era sempre paese. Il citofono era fuori moda ovunque. Loro erano fuori moda.

«Sono io, scendi? Vorrei andare al mare».

Si ritrovarono ben presto nell’angolo del porto di Dubrovnik dove la scogliera è altissima e l’acqua cristallina. Non erano croati di nascita, è ovvio, avevano impiegato un tempo infinito per accettare che in un porto potesse esistere l’acqua cristallina. Eppure, contro ogni ragione del background culturale, a volte bisogna accettare che esistano realtà contrarie al proprio modus. L’acqua era cristallina. E quello era un porto.

Certo che ebbero di che parlare. Morgan era alle sue spalle, diceva qualcosa, Calipso aveva tolto le scarpe ed iniziato a camminare in bilico su quegli scogli, per raggiungere un posto dove aveva visto avrebbero potuto sedersi.

Se, dandogli le spalle, aveva smesso di ascoltarlo? Nemmeno per idea.

«Ti aiuto?», chiese preoccupato Morgan.

Scarpe nella mano destra, appoggiata ad una rete con la sinistra, sempre di spalle in un vestito lungo, fece solo cenno di no con il capo. Lui bisbigliò qualcosa quasi fra sé, come per dire: ma vedi questa, che personaggio!

Come non lo sapesse che era un personaggio.

Riuscirono a sedersi, molto meno a controllarsi, parlarono, risero, rifecero il percorso a ritroso e, quando fu il momento, tornarono a casa.

Ancora parlarono, ancora discussero di quei dati che erano qualcosa di grosso, come sempre faticarono anche a capirsi: una che vedeva quei dati come una manna, dal suo mantello dell’invisibilità, l’altro che li viveva come il più grosso dei problemi. Nessuno dei due aveva torto.

La ragione stava nel mezzo. Ma il mezzo non si trovava.

Scelsero di non parlarsi per qualche ora: nel loro mondo le ore erano mesi, le settimane erano anni, i mesi erano secoli.

Calipso era rimasta sola, la situazione più congeniale ad una come lei. Scalza, sentì di nuovo quel dolore provenire dalla pianta del piede sinistro. Faceva malissimo.

Si era tagliata su quegli scogli, non aveva detto niente. Doveva essere un taglio di quelli infami: superficiali e duri a morire per richiudersi.

Aveva discusso con Morgan, non aveva coordinate, era felice di sentire quel dolore. Sperava il piede avrebbe continuato a farle male esattamente così, senza smettere. Le ricordava il perché stava sentendo quel bruciore ed era il motivo per cui avrebbe accolto Morgan ancora una volta, sempre: era immancabilmente con una ferita che loro dovevano leggere i loro dati, se volevano uscirne con qualcosa in mano.

Niente di indolore era fatto per un leone e per lei.

A pensarci era quasi un nonsenso il loro saper essere produttivi nella tempesta. A volte, davvero, sembravano avere l’unico scopo di farlo per ritrovarsi, esausti e con i risultati in mano.

Orbene, quella pubblicazione doveva uscire, Morgan doveva essere ultimo autore, anche se quando Calipso poggiò nuovamente il piede per terra, dopo una settimana esatta, mentre Morgan continuava a stare in bilico senza darle troppi appigli, ma senza nemmeno toglierle niente di quanto le apparteneva, la pianta del piede non le faceva più male.

Ci fece caso, focalizzò la mente sul suo piede e si disse: il taglio sullo scoglio, il mio taglio, sentivo che faceva malissimo. Ed ora, ora non lo percepisco più: è tutta così questa storia, il dolore che va e viene. Pensandoci, ogni cosa nasce piccola, e poi cresce.  Il dolore, invece, funziona nel modo esattamente opposto: nasce grande, e poi diventa piccolo.

Si guardò la pianta del piede, notò che il segno impercettibile dell’accaduto c’era, esattamente lì, dove mai e poi mai nessuno avrebbe potuto notarlo.

Morgan, Calipso, una storia, i suoi segni.

A Dio, l’ardua sentenza.

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FonteDubrovnik - area portuale
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.