Di regola non si dovrebbe scrivere o dire nulla: se è silenzio, silenzio sia! Eppure non è così scontato, se non altro perché dietro questa parola, così usata e abusata, si celano un bisogno profondo e, al contempo, una difficoltà estrema, oltre che, a volte, una scusa per non affrontare le proprie responsabilità, una fuga dal reale, un assenso omertoso al male, un pericolo, la morte.

Chi l’avrebbe mai detto: dentro ciò che il dizionario definisce anzitutto e semplicemente come “assenza di suoni e parole”, si muove la più vasta complessità e aleggia la più tagliente ambiguità. E menomale! Perché riflettere sulle cose umane pretendendo soltanto la luce, significherebbe non trattare l’uomo per ciò che veramente è: un chiaroscuro con possibilità infinite e altrettante domande irrisolte.

Allora si potrebbe dire, anzitutto, che il silenzio è la componente essenziale di ogni discorso antropologico: l’animale avente parola va spiegato e indagato anzitutto con le parole, ma nella consapevolezza che, ad un certo punto, bisognerà fermarsi, tacere appunto. La parabola esistenziale stessa si compie per l’uomo in una liturgia di parole e silenzi e l’immagine più significativa di ciò è la gestazione nel grembo materno: la scienza ha ormai ampiamente dimostrato come il feto viva una condizione di relativo silenzio (giacchè al momento della nascita piange anche per la paura provocatagli dai rumori avvertiti con più chiarezza), nella quale resta fondamentale il cosiddetto cross talking, il dialogo con la madre della quale avverte e impara a riconoscere la voce.

Ma il silenzio è anche una necessità quotidiana in un mondo sempre più frenetico. Uno studio su giovani e fede in Italia condotto da Rita Bichi e Paola Bignardi, riportato nel volume Dio a modo mio, associa il bisogno di silenzio all’esperienza religiosa, precisando come i giovani, sebbene sempre più distanti da una Chiesa troppo istituzionale, siano disposti ad esperienze religiose capaci di restituire tranquillità e serenità. E se in una città come Milano l’inquinamento acustico ha superato quello atmosferico (così dicono i dati), ciò appare comprensibile. Eppure c’è un genere di silenzio che i giovani subiscono e soffrono: è il silenzio degli adulti, spesso assenti, oberati di impegni, iperconnessi pure loro, o semplicemente incapaci di comunicare. Ed ecco che ritorna la necessità di non trattare il silenzio come un vuoto totale di parole.

C’è poi un altro tipo di silenzio, che tale proprio non può essere definito poiché fatto di incapacità di prendere posizione e di omertà. Si pensi a quanto male abbia fatto (e faccia) il “tacere”, lo stare “muti” nelle terre di mafia e quale rivoluzione abbiano portato quegli uomini e quelle donne di buona volontà coraggiosamente convinti del potere del parlare apertamente.

E che dire, ancora, di quel silenzio fatto passare per la soluzione spirituale di ogni problema, preferito ad una sana discussione trattata, invece, come un avamposto di guerra? No, qui siamo agli estremi confini del campo semantico in questione; anzi qui occorre proprio un altro lemma! «Il vostro parlare sia “sì, sì; no, no”» si legge nel Vangelo (Mt 5,37) ed è giusto: l’ipertrofia delle parole fa più danni che bene. Gesù stesso sta ritirato, tace a Nazareth per oltre trent’anni prima di iniziare il grande ministero pubblico. Ma il silenzio ha valore solo quando si è fatto e detto tutto quanto si doveva fare e si poteva dire. Lì dove una situazione non resta chiarita, lì dove si ha paura della verità, tacere porta solo un peggioramento e l’assenza di parole si trasforma in un inferno di incomprensioni e pregiudizi, anche nel più santo dei luoghi. La parola inferno non è casuale. Per alcuni teologi esperti di escatologia (ossia quella parte della teologia concentrata sulle questioni “ultime” della vita umana) la concezione dell’inferno va assolutamente liberata dalle immagini medievali delle fiamme e del fuoco. Essi preferiscono parlare in termini di incomunicabilità e ipotizzano la condizione infernale come assenza e impossibilità totali di comunicazione e di relazione. Parallelamente il paradiso è la realizzazione piena delle relazioni costruite sulla terra, tra gli uomini e degli uomini con Dio. Ciò a dimostrare ancor più la reale portata del silenzio in ambito religioso e antropologico: esso è un elemento comunicativo reale, capace di unire e di autenticare l’uomo, le cose, i legami. Se ciò non avviene, non si tratta di silenzio!

Fare silenzio, insomma, significa saper scegliere con cura le parole da dire, i suoni da ascoltare, i momenti giusti. Perché l’uomo, anche quando tace, non smette di essere quel zόon logòn échon fatto essenzialmente per comunicare.

 

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Fontehttps://pixabay.com/it/tramonto-silenzio-abbastanza-uomo-860287/
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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.