«La morte è una sorpresa che rende inconcepibile il concepibile»
(Paul Valéry)

È morto.

Caro lettore, adorata lettrice,

ti invito a fare mente locale: quand’è che hai ascoltato per l’ultima volta queste parole, così, schiette e dirette come le hai appena lette?

In genere, ricorriamo a perifrasi ed eufemismi: è venuto a mancare, si è spento, è salito in cielo, è stato rapito all’affetto dei suoi cari… Difficile che si dica in modo semplice, secco e preciso: è morto. Punto.

E in effetti, quando giorni fa, alla vigilia del 2 novembre, un’amica mi ha detto: «Scrivici su il prossimo Caffè…», le sue parole mi hanno prima spiazzato, poi indotto a riflettere, quindi convinto ad accogliere la sfida.

Il fatto? È presto detto. Eravamo in un pubblico incontro e una collega è dovuta andar via. Motivo? Una telefonata: «Signora, suo marito non si sveglia». Il tempo successivo è stata una successione di frame: chiamare il 118, accogliere la constatazione dell’arresto cardiaco, vedere tremare come una foglia la nostra amica, abbracciarla, restare senza parole, accompagnarla in stazione, aiutarla a prendere al volo il primo treno che l’avrebbe portata dal profondo nord al profondo sud, in attesa di un funerale. Poi, la notizia che ha preso a diffondersi, lasciando tutti di ghiaccio, e l’invito di cui vi ho già detto: «Scrivici su il prossimo Caffè…».

Ma come si fa a parlare della morte? L’oggetto è di quelli scomodi, che spaventano tutti i lettori, o quasi. Che gettano nello sconcerto chiunque ne scriva, o quasi.

Nel mio piccolo, ho scelto il modo che puoi constatare: schietto e diretto. Un uomo è morto. Punto. Il suo tempo in questo mondo è finito. Così come un giorno finirà anche il mio. Anche il tuo. Punto.

Caro lettore, adorata lettrice,

non mi piacciono i sotterfugi, non amo eludere le questioni e resta il fatto che, presto o tardi, a tutti, per dirla con Shakespeare, tocca andare in quel «paese sconosciuto da cui nessun viaggiatore è tornato».

Lo so bene, Epicuro insegnava che non c’è bisogno di aver paura della morte: tanto lei non c’è finché ci siamo noi e noi non ci siamo quando arriva lei. Mah! Con il dovuto rispetto per il grande filosofo, a me sembra una emerita sciocchezza. Della morte io ho paura, altroché! Credo ne abbia anche tu. Credo di morire un po’ ogni giorno, ogni minuto, ad ogni perdita. E non credo che per anestetizzare la paura sia sufficiente non parlarne: magari fosse così semplice!

Anche Jim Morrison ha sostenuto che la morte fa meno male della vita: avrà avuto le sue ragioni pure lui, ma è così bello aver paura da vivi, piuttosto che non sentir nulla da morti. Dal canto mio, al netto di ogni forma di speranza nell’aldilà, ritengo ci sia un altro tipo di paura che temo molto di più. È la paura di mancare la vita per il terrore della morte. La paura di fuggire le occasioni – quelle per vivere da protagonisti del nostro tempo – nella vana speranza di fuggire gli errori, le mancanze, i pericoli, i rischi, la sofferenza, il dolore di essere vivi.

E no!

Caro lettore, adorata lettrice,

meglio rischiare di morire che sterilizzare la vita. Meglio piangere per una ferita che ibernarsi nella paralisi dei sentimenti. Meglio avvertire la mancanza di chi ci ha lasciato che non averlo mai incontrato. E meglio essere compianti che non aver mai vissuto.

Erich Fromm l’ha fotografato alla sua maniera: «Morire è tremendo, ma l’idea di morire senza aver vissuto è insopportabile».

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