Un pensiero, un sogno…

All’inaugurazione dell’agriturismo don Ciccio era già lì. Le due ragazze, ça va sans dire, non stavano nella pelle per ciò che avevano tanto abilmente raggiuto. Quando si dice il sogno che si realizza. Si erano abbigliate che erano una meraviglia come il loro buen retiro. Abiti lunghi a fiori che danzavano mentre incedevano sorridendo e orecchini al vento.

L’idea era partita davvero tanti anni addietro ed era stata coltivata con pazienza certosina. Vania era la mente e Mia il sogno. Si erano trovate per caso, per chi ci crede al caso, ed ogni azione futura aveva portato alla medesima identica conclusione. Dovevano avere un posto loro che fosse casa e lavoro, per ospitare e venire ospitate. In barba a tutti gli insuccessi, in barba al disamore diffuso come nebbia in pianura.

L’occasione era arrivata ghiotta quando il vecchio Adelmo era morto e i figli a Milano si volevano liberare del rudere chiamato la casetta. In pratica una costruzione centrale con camere una allineata all’altra: vecchie stalle chiaramente. Il tutto dava le spalle alla collina e guardava il dolce declivio ornato di ulivi e mandorli e alberi da frutto, la pergola centrale col tavolo tondo di pietra e l’abbeveratoio sotto la quercia.   Ogni porta di stalla era incorniciata da bougainvillea fucsia e rosse, insomma un incanto. Vania si svenò con le banche ed ebbe questo paradiso. Mia cominciava a dare pennellate ai muri e ai sogni.

Don Ciccio lo trovarono una mattina seduto sulla chianca della prima casetta che fumava la pipa. Mia fece finta che non ci fosse, Vania aveva mille sospetti.

Barbone, spirito inquieto, anima reincarnata del vecchio Adelmo, pregiudicato in fuga, uomo stanco, chi era? Si era semplicemente impossessato della prima stanza e guardava i lavori proseguire e la due ragazze sudare. Ogni tanto socchiudeva gli occhi  e aspirava più lentamente. Pareva approvasse o meno le maestranze saltuarie. Gli avevano portato un dondolo antico che aveva accettato sempre nel mutismo più totale. Pareva sospeso in quella placida espressione del volto senza tempo. Sapevano di certo però quando era contrariato e avevano imparato quasi a fidarsi di lui. Ancora ci pensavano a mandarlo via.

Arrivarono i primi clienti, l’autunno inoltrato cominciò a far sentire i primi freddi. Niente da fare. Come i leoni di pietra che prendono vento e neve ma restano a guardia dei portali delle chiese per cui sono nati, don Ciccio, che poi come si chiamava chissà, rimaneva sentinella del sogno. La sua inutilità divenne presenza, poi enigma, finanche protezione. Come quella volta che entrarono i ladri e però non portarono via nulla. O quell’altra volta che una mandria di cinghiali correva pericolosa e arrivata alla sua porta deviò improvvisamente ed inspiegabilmente. I pochi clienti lo salutavano con la deferenza che solo poca gente chiede. Vania pensò che a cacciarlo, concreta qual era, potesse crollare il tutto. Mia lo dava oramai per buono. Ma perché veder problemi dove non ce n’è? Perché togliere una pietra nel dubbio fosse testata d’angolo? Alla fine a chi serviva la prima stanza? Gli ospiti si successero più numerosi e le cose grazie a Dio presero una buona direzione.

Fu così che don Ciccio visse con loro in apparente solitudine, senza mai una parola, col fumo della sua pipa ad accompagnare le nuvole che spesso passavano di lì. Il giorno in cui andò via Vania sentì un gran freddo improvviso e Mia che entrò nella stanza per la prima volta ci trovò il vuoto assoluto. Non un letto o una sedia o una stoviglia.

Si dice che nelle sere belle, quando il profumo di timo e mentuccia entra diretto nel naso, il dondolo si muove come una dolce culla antica.

E se vi smarrite, tranquilli.  Spesso un uomo con la pipa indica precisamente dove svoltare.

Tempo perso se gli parlate.


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