«E se non potrai correre
e nemmeno camminare
ti insegnerò a volare
ti insegnerò a volare»

(Roberto Vecchioni)

Guardare negli occhi, non distogliere lo sguardo, reggere la sofferenza e poi pronunciare la domanda: «Dimmi: qual è il tuo tormento?». Non è un atto comune. Occorre la santità dei Samaritani, quelli sempre un po’ fuori dalle regole, quelli che rompono le scatole, quelli che scuotono la nostra indifferenza, quelli diversi da noi.

Più facile è nascondersi dietro un sorriso di circostanza. Più facile è far finta di non vedere: per paura, più che per viltà. Il dolore, la sofferenza spaventano, minacciano di inondare il nostro orto, meglio alzare un argine di apparenze.

D’altronde, ci capita anche il contrario. Di essere noi quelli che hanno bisogno di aiuto, ma che non sanno come chiederlo. Perché nessuno ce lo ha insegnato, perché l’orgoglio ci blocca, perché non vogliamo darlo a vedere, perché non vogliamo essere di disturbo, perché siamo stati i primi a dire di no e ora temiamo, a giusta ragione, un rifiuto.

Eppure basterebbe così poco. Basterebbe chiedere, se si ha bisogno, offrire una mano, per quel che si può, se qualcuno ce la chiede.

E poi penso ai giovani, alle nuove generazioni, ai ragazzi e alle ragazze che, temo, stiamo lasciando allo sbando.

Caro lettore, adorata lettrice,

se come me sei già negli “anta”, concorderai: a noi hanno insegnato a sognare e a camminare. Ci hanno dato dei valori e dei modelli a cui ispirarci. Ci hanno formato a reggere il tempo e i fortunali, con schiena dritta. Ci hanno fatto molto soffrire, con poche smancerie e infinita gavetta. Ma ci hanno aiutato a crescere. Ci hanno resi robusti. E io mi sento un uomo fortunato.

Mi chiedo cosa stiamo dando noi, qui ed ora, ai nostri giovani. E mi pare che diamo loro molto poco. Che li lasciamo soli. Che fingiamo di non vedere il loro tormento. E che tiriamo avanti.

Come quando passi per strada e vedi due giovani rollarsi una canna e tu fai finta di non vedere. E tiri dritto. Perché sai che un intervento repressivo servirebbe a niente e che l’unica azione efficace sarebbe quella del Samaritano: fermarsi, farsene carico, pagare di propria tasca, affidare il malcapitato a chi può prendersene cura, tornare a vedere se è guarito. Tutto troppo oneroso, complesso, difficile. E noi non abbiamo tempo. Non ci bastano le risorse. Abbiamo altro a cui pensare e, del resto, non siamo mica i salvatori del mondo!

Come Parsifal, procediamo sgomenti, confusi, irredenti redentori, capaci di rinascita ad un sol patto: che, laddove non arrivi il potere della forza, un movente di ben altro ordine possa compiere il miracolo… «Benedetto sia il tuo dolore, che la forza suprema della compassione e la potenza d’un purissimo sapere donò ad un timido folle!» (Wagner, Parsifal).

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4 COMMENTI

  1. Quanti incontri saltati nella nostra vita
    Percorriamo le stesse strade frequentiamo gli stessi luoghi, ma omettiamo l’incontro con l’altro. Siamo presi dalle mille cose da fare ed come se dovessimo sprecare del tempo prezioso per curare un altro. È diventato normale “passare oltre”. Avvicinarsi, saper vedere e sentire i dolori dell’altro, cercare di prendersene cura e farsene carico, dovrebbe essere naturale, spontaneo, ma quanto è diventato difficile.
    Un dubbio mi assale costantemente, se sono sul punto di passare oltre: “mancando l’incontro con l’altro che potrebbe anche essere la salvezza dell’altro’.
    Caro direttore la parabola del ‘Buon Samaritano’ mi mette all’angolo perché mi chiede di andare a fondo di me stesso, di far verità sulla mia umanità, così meschina e bisognosa, per essere capace di non interrompere di attraversare quella strada che mi fa uscire da me stesso e incontrare l’altro.
    Caro Paolo, amico mio, mi sento fortunato anch’io perché, nonostante tutto, alcuni incontri mi hanno dato e insegnato un grande valore: il rispetto. Grazie.

  2. Gentile Direttore,
    io mi sento fortunata perchè posso leggere e meditare su queste Vostre righe piene di umanità e generosità.
    Grazie, anche da parte mia!
    Lucia Ballarin

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