
La luce irrompe dove non resta più il nome delle cose,
dove il cuore spinge maree senza mare,
e io ascolto il mio sangue fiorire nelle vene delle rose.
«Sei ancora qui?»
—Sono qui, ma non come ieri.
La stanza trattiene il respiro delle ore consumate,
il tempo si piega come un animale ferito,
e ogni parola che dico cade, stanca, verso il silenzio.
Non c’era promessa nel vento,
solo una forma di attesa che si disfava tra le mani,
come acqua che non ricorda la sete.
«Mi amerai?»
—Ti amerò finché il tempo smetterà di contarmi.
Ma il tempo rideva dietro le pareti,
scriveva numeri sulle ossa,
e ci divideva senza mai separarci davvero.
Ho visto il tuo volto fermarsi un istante,
come una mano che esita sul nome,
come un no pronunciato dalla radice della luce.
E lì è cominciata la caduta.
La notte non arrivava: cresceva dentro,
si apriva come un fiore oscuro nelle costole,
e ogni battito era un passo verso ciò che manca.
«Perché tremi?»
—Perché tutto ciò che tocco scompare.
Eppure qualcosa resisteva,
una linfa cieca, una memoria senza origine,
che diceva: non tutto è perdita, non tutto è fine.
Ma io vedevo gli amanti dissolversi nell’aria,
come nomi scritti sull’acqua del sonno,
e l’amore restare, solo, senza corpo.
«Allora è questo?»
—Sì, questo è il resto.
Le ossa imparano a brillare nel buio,
le parole si consumano come stelle stanche,
e il silenzio cresce fino a farsi dimora.
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