Con Adele Faccio e Leonardo Sciascia

Il 13 novembre abbiamo ricordato il centenario della nascita di Adele Faccio, storica militante di spicco del Partito Radicale, attivista che ha messo animo e corpo per i grandi diritti civili delle donne, per il pacifismo. Una donna libertaria seria e di grande intelletto, una donna importante e sensibile, ambientalista, poetessa, staffetta partigiana, parlamentare, morta nel 2007. Per sempre con chi sceglie e sceglierà di battersi per la conquista – e oggi pure per la cura – delle autentiche libertà.

Una donna che si è sempre battuta in anni non floridi per le libertà di fruizione del pensiero laico nelle scuole, in anni in cui per affrontare e acquisire dinamiche consapevolezze sul proprio essere biopsichico in movimento bisognava lottare duramente, contro la censura dei canali ufficiali e contro le rigidità del più cieco perbenismo che scartava gli spiriti diversi dai piedistalli socioeconomici. Adele ci ha ricordato che “non esiste libertà che non passi dalla libertà sessuale e dalla conoscenza”.

Il 20 novembre abbiamo anche ricordato il trentunesimo anniversario della morte del grandissimo spirito pensante, scrittore, giornalista, poeta, politico e parlamentare, critico d’arte, saggista e insegnante, Leonardo Sciascia. Prima consigliere comunale a Palermo con il Partito Comunista Italiano, poi parlamentare con il Partito Radicale e da ultimo simpatizzante dei socialisti.

Di Sciascia amo ricordare questo suo passo: “Sì, ci credo. Nella ragione, nella libertà e nella giustizia che sono, insieme, ragione (ma guai a separarle). Credo si possa realizzare, anche se non perfettamente, un mondo di libertà e di giustizia. Ma la storia dell’uomo è tutta una storia di sconfitte: sconfitte della ragione, sconfitte degli uomini ragionevoli. Anche la mia è una storia di sconfitte. O, più dimessamente, di delusioni. Da ciò lo scetticismo: che non è, in effetti, l’accettazione della sconfitta, ma il margine di sicurezza, di elasticità, per cui la sconfitta – già prevista, già ragionata – non diventa definitiva e mortale. Lo scetticismo è salutare. Lo scetticismo io lo vedo come la valvola di sicurezza della ragione. E così il pessimismo, di cui tanto si parla a mio carico. Come mi si può accusare di pessimismo se la realtà è pessima?”.

Esatto, lo scetticismo quale salutare valvola di sicurezza della ragione serve per non cedere alle distorsive e realpoliticamente liberticide stagioni di repressione soviet-comunista, serve per non cedere ad ogni simil-surrogato statolatrico. Poiché s’è vero come è vero che una civiltà priva di sostanziali oltre che formali divisioni in classi sociali (troppo spesso di rendita transgenerazionale) è una società che cura libertà ed eguaglianze sociali effettive, in una liberazione dell’essere da un dover essere di sovrastrutture net-capitalistiche, è anche vero che essere fomentati di ‘razionalistissimi’ ottimismi sul socialismo scientifico quale necessità storico-dialettica ci porta ad una irragionevole divaricazione tragica dalla concreta materialità, lontano dalle condizioni oggettive e soggettive di ogni passo e passione evolutiva. Non di soli raziocinanti saltimbanchi logici a tavolino vive l’essere umano, ma nelle dinamiche di ciò che si dimostra a se stessi, nel complesso sempre in divenire delle cose, come esistente. E allora tra liberticide eguaglianze sociali da un lato, e liberanti nonché liberali possibilità di crescita individuale per un maggior dinamismo sociale complessivo dall’altro lato, io preferisco quest’ultimo altro lato di liberazione, concreta e quotidiana, delle umanità fragili ma laboriose per la propria evoluzione sperata. E allora amo il dubbio sacro e rivoluzionario del fare le libertà nella libertà di fare. E allora dopo gli engelomarxiani studi leggevo la scuola empirista di Vienna che insegna a dialogare con le realtà non solo attraverso la ragione astratta ma anche attraverso la sperimentazione (un abbraccio alla scuola di Vienna primo-novecentesca!), ed anche attraverso la sempiterna falsificazione popperiana delle tesi acquisite, e non solo. E allora bye-bye ad ogni vana speranza di necessità astrattamente storico-razionali: l’ingrediente pragmatico dell’esperienza neorealista non può mai mancare. In giuoco c’è la libertà degli individui, che prima di tutto viene, nell’unica esistenza che ci è dato vivere qui ed ora oltre ogni esistenzialragionevole dubbio.

Ritornando a quel passo di Sciascia, esso mi piace – ripeto – per quel riferimento allo scetticismo quale salutare valvola di sicurezza della ragione: non a caso Sciascia dal PCI passò al Partito Radicale! Non di sole strutture statualizzanti e funzionalizzabili ad un organicismo astrattamente razionalista vive l’essere umano, anzi, l’essere umano non vive di funzioni fini a se stesse, ma utilizza le materie funzionalmente al proprio ruggito di evolutiva libertà, sulle vie della vita.

Adoro quel passo di Sciascia, in esso si può gustare la più autentica tragicità storico-dialettica e il realismo materialistico tipici del post-marxianesimo liberalcombattente all’insegna della mamma nonviolenza, e ancora l’illuminismo attraversato da un graffio ansimante e intrigantemente verace e fine di romanticismo. E, ancora, le disillusioni del radicalismo laicista, e ancora lo stridore della sacralità del dubbio umano quale sonda antropica ed antimetafisica per le evoluzioni sociali.

Adoro quel passo perché mi riporta ad un sentiero di luci spente ma riaccendibili, oltre ogni confusione sul terreno da battere. Ed oltre quell’essere realisti nel pretendere l’impossibile del comandante Ernesto Che Guevara, oggi, tra i giovani si è utopisti già soltanto nel pensare a ciò che risulta possibile: ed è fatale e forse euristica questa inversione post-guevariana del nostro giovane non giovanile restare al mondo, sani e liberi. Oggi, noi, qui ed ora, a tratti brillanti vittoriosi e a tratti sconfitti nelle nostre esistenze-materiali-prodotto-e-antiprodotto del sistema di produzione e umanizzazione edulcorativa delle merci. Sedotti nella indispensabile utilità delle mercificazioni delle cose, queste divengono merci veloci, sempre più veloci, sempre più fungibili per lo più. Le merci si fanno gentili amiche matrigne ed anche amanti utili ma non preziose.

Pur non perdendo le dinamiche coscienze critiche di ieri (ah, che amore quello studio militante dell’Ottonovecento!), amiamo la luce della libertà quale vessillo più allegro e apparentemente leggero da portare nella lotta corpo a corpo sulle scelte di vi(t)a esistenziale. Prima delle socio-eguaglianze, stanche col loro passo pesante e con la palpebra a metà, arriva il fruscio svolazzante dell’avventura liberale dell’io con le sue libertà, contro l’oppressione appercettiva delle vaghe sicurezze precarie, avverso gli oligopoli ecònomocultu(r)àli. E mi taccio. Della post-crepuscolarità mixata al furore pugnivo per il cambiamento generale ho già pieni i quaderni e gli abbandonati computer della mia infanzia e adolescenza: inediti per sempre in un voluto brioso addio.


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Nato l’11.10.1989, giurista, scrittore, poeta e attivista politico “liberalfree”. Vive a Roma, dove opera nel settore della ricerca accademica di storia giuridica. Maturità classica conseguita in Puglia nel 2008, laurea quinquennale in Giurisprudenza conseguita a Roma nell’A.A. 2012/13, e in seguito master di specializzazione forense e corsi di formazione avanzata in varie città, abilitazione alla professione di avvocato nella sessione 2015; cultorato della materia Costituzionalismo e integrazione europea; attività di dottorato di ricerca con borsa in Discipline giuridiche storico-filosofiche, sovranazionali, internazionali e comparate presso l’Università Roma Tre. Autore di varie monografie e saggi di cultura giuridica, conduce interviste e pubblica articoli di cultura politica e sociale su riviste, periodici, giornali. C’è un filo che unisce le sue battaglie civiche per la garanzia e l’evoluzione dei diritti, le sue poesie, le sue prose artistiche e politiche, il suo pensiero sociospirituale progressista, i suoi saggi di diritto vigentista e storico-teorico: l’amore veemente per l’umanità nel suo divenire storico e dialettico.

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