Caro Fulvio,
ieri mattina, 13 luglio 2026, eri lì. Con noi.
Non in una fotografia appesa al muro. Non soltanto nel nome inciso su una targa. Non semplicemente nel ricordo di chi ti ha conosciuto.
Eri lì, nella Sala Stampa della Questura di Andria che da ieri porta il tuo nome.
Sono entrato con un sentimento difficile da spiegare: la gratitudine di essere stato invitato dalla tua famiglia e l’onore di poter condividere un momento che appartiene alla storia personale di chi ti ha amato, ma anche alla memoria collettiva di una città intera.
Dieci anni non bastano a colmare un’assenza.
Lo abbiamo capito nell’emozione che ieri ci ha ancora volta travolti.
Lo si percepiva nel silenzio composto delle persone presenti. Lo si coglieva negli sguardi. Lo si ascoltava nelle parole pronunciate una dopo l’altra, tutte diverse e tutte autentiche.
Mi hanno toccato gli interventi di tutti.
Mi ha colpito, innanzitutto, la lettera aperta che il Questore Alfredo Fabbrocini ha rivolto a te. Parole istituzionali e insieme profondamente umane, capaci di restituire non soltanto il professionista che eri, ma la persona che hai continuato ad essere nel cuore di tanti. Un dialogo a distanza che, per certi versi, sembrava annullare il tempo trascorso. Il Questore parlava a te, ma parlava anche alla città, ricordandole che certi esempi continuano a generare frutto molto tempo dopo la loro apparente conclusione.
Più di tutto, mi hanno commosso le parole di Angela, la mia dolcissima ex alunna, il mio orgoglio di cuore di prof.
Mentre la ascoltavo, pensavo alla ragazza che dieci anni fa scriveva al suo papà parole capaci di spezzare il cuore di un’intera comunità.
Oggi quella ragazza indossa la stessa divisa che hai indossato tu.
Oggi Angela è Ispettore di Polizia.
E c’era qualcosa di straordinariamente potente nel vedere tua figlia parlare di te da quella posizione: non come chi vive soltanto una nostalgia, ma come chi ha trasformato il dolore in testimonianza, l’assenza in responsabilità, la memoria in servizio.
Mentre la ascoltavo, pensavo che esistono eredità che non passano attraverso i beni materiali, ma attraverso l’esempio.
E tu, Fulvio, hai lasciato proprio questo.
Hai lasciato la passione per la cultura e per la musica. Hai lasciato l’amore per la fotografia, per i viaggi, per la bellezza delle cose. Hai lasciato quella libertà interiore che tanti hanno raccontato in questi anni e che faceva di te una persona impossibile da rinchiudere dentro una definizione. Un poliziotto, certo. Ma anche molto di più: musicista, lettore, fotografo, artista, amico, uomo profondamente libero.
Lo scrissi dieci anni fa e oggi lo penso ancora: eri speciale.
E forse la prova più bella di questa specialità è che continui ad essere presente nelle vite degli altri.
Nelle tue figlie.
Nella tua Emma.
Negli amici.
Nei colleghi.
In quanti, anche senza averti conosciuto direttamente, finiscono per incontrarti attraverso i racconti di chi ha avuto questa fortuna.
Per questo, caro Fulvio, voglio concludere questa lettera con un grazie.
Un grazie a te, ovviamente, per la tua amicizia e per quanto, balbettando, ho provato a dire sin qui.
E un grazie a Emma, ad Angela e a Natalia. Grazie per la dignità per cui avete attraversato e attraversate un dolore che non oso né riuscirei a immaginare. Grazie per avermi voluto accanto a voi in una giornata così carica di significato. Grazie per aver condiviso non soltanto un momento pubblico, ma una parte di una storia familiare che continua a insegnare molto a tutti noi.
E grazie perché, attraverso il vostro modo di custodire la memoria, ci ricordate che l’amore non cancella il dolore, ma gli impedisce di avere l’ultima parola.
Fulvio, amico mio, dieci anni fa scrivevo che avevi trovato la tua Samarcanda.
Oggi penso che, in qualche modo, tu abbia trovato anche molto altro.
Perché ci sono persone che muoiono.
E ci sono persone che continuano a generare vita.
Tu appartieni certamente alle seconde.
Con affetto,
Paolo.

























