Un frocio. Un pericoloso infiltrato delle forze americane o anglosassoni. Un traditore dell’ideologia. Un odioso contestatore. Un intellettuale aristocratico. Oppure, il Dio “molto dolce, molto intelligente e molto fermo” (come le definisce Gilberto Gil) di una religione laica che fa “Caetanear” chiunque vi si avvicini.

Caetano Veloso. Un mulatto troppo bianco per essere considerato nero, proveniente dalla provincia di Bahia, una delle zone più meticcie e nere del Brasile in quanto ex scalo commerciale, parte per Salvador con la sorella Maria Bethania per frequentare il liceo. Sono i primi anni Sessanta e il Brasile sguazza nella Bossa nova e nel Samba con un rigore che quasi contraddice quell’immagine di sfrenata allegria che noi aldiquà dell’Oceano abbiamo. Caetano Veloso ascolta la sconvolgente e innovativa bossa di Joao Gilberto, fa amicizia con un altro grande protagonista della storia musicale brasiliana, Gilberto Gil, con cui nascerà un’amicizia fraterna. Nel 1964 la politica brasiliana diviene brutale: sale al potere Branco, generale dell’esercito brasiliano, nel giro di un anno la censura è stringente e la dittatura militare permea e deprime il Paese. In quel periodo, Caetano capisce che la musica è la sua vocazione, prediligendola alla pittura astratta e al cinema. Eppure non ne abbandona mai nessuna delle tre forme: canzoni come dipinti, il cinema della musica. Con l’Italia Caetano ha un rapporto di amorevole ammirazione, dedicando anche una canzone a Federico Fellini e Giulietta Masina, e abbandona brevemente la pittura astratta solo per riprodurre un’immagine di Sofia Loren. Parliamo di anni Sessanta, periodo in cui le culture si mescolano, esplodono, si ricompongono. In cui la cultura beat fa crescere i capelli e le barbe e i giovani non vogliono più imbracciare fucili, ma chitarre. Caetano fa parte di quei giovani, ma il Brasile è un Paese che deve rimanere immobile come un acquerello: il samba, la bossa, il Pandeiro, il berimbao. La dittatura, le ideologie. Come fa un capellone come Caetano, comodo nei suoi jeans attillati e petto nudo, coperto solo da collane, a suonare solo quello che la nuova vecchia cultura gli richiede? Non lo fa.

Distorce le chitarre, canta vestito di plastica fosforescente, litiga con gli studenti. Più che provocatore, Caetano Veloso è uno che sfida costantemente se stesso e quindi gli altri, quelli che si affezionano ad una certa idea di sé. Nel ’68 “Alegria, Alegria” diventa uno dei primi pezzi brasiliani in cui si cita la coca-cola e Brigitte Bardot, l’occidente, i conquistatori, portandoli a simbolo di ribellione contro un nazionalismo che voleva “polizear” anche l’arte. Nel ’69 Caetano si è definito un “irrazionalista innamorato della ragione”: non è un caso se i capelli lunghi che gli sono cresciuti in quel periodo sono un simbolo fortissimo di avvicinamento alla cultura hippie, ma anche di rivendicazione delle proprie origini mulatte (e quindi profondamente brasiliane). Sfida gli ascoltatori, stracciando e stirando le sonorità della musica tradizionale con le sue chitarre elettriche distorte e suonate come percussioni. Durante la sua partecipazione al Festival Internacional da Canção, propone un brano che è uno schiaffo in pieno viso a quelle fasce estreme che in qualche forma fanno parte dei suoi fan. È prohibido prohibir canta di fronte ad una giuria poco disposta ad accogliere lunghe introduzioni strumentali dal sapore psichedelico. Men che meno lo sono i giovani studenti in platea, specialmente quelli più vicini alle ideologie, che vedono il brano come uno sporco insulto alla musica brasiliana, orgoglio identitario. Se Caetano fosse stato un giovanotto un po’ fricchettone che voleva solo suonare, avrebbe accettato la contestazione, l’eliminazione dal festival, avrebbe scritto brani rassicuranti e non troppo pericolosi. Invece sale sul palco, stona volontariamente e inizia a cantare fuori tempo. Si fa eliminare e accusa le ideologie di voler mettere dei limiti all’arte, accusando i giovani di essere gli stessi che “domani applaudiranno il nemico che è morto due giorni fa”, di essere vecchi nella loro ribellione blanda. Diventa egli stesso simbolo del Tropicalismo, termine nato da un Manifesto elaborato dal giornalista Nelson Motta, secondo cui l’arte dei Paesi tropicali sarà libera solo quando potrà autocelebrarsi fino al grottesco. E Caetano, inzialmente scettico sull’adesione ad un movimento, un limite alla propria libertà, vi aderisce a suo modo. Sporcando l’arte brasiliana e rendendola ancora più brasiliana.

Sullo sfondo di questo movimento di liberazione non solo dell’individuo, dei giovani, come succedeva in Europa, ma anche dell’identità nazionale, cresce il contrasto con un’opposizione radicale alla stessa libertà: la dittatura. E nel Brasile, Paese di contrasti estremi come lo stesso Veloso canta in Tropicàlia, convivono la bossa, la nuova musica della borghesia brasiliana, e la capanna, la favela; il rifiuto dell’immagine stucchevole del Paese sambeiro e Carmen Miranda, simbolo per eccellenza dello stereotipo europeo, la cantante con cappelli di banane e vestiti sgargianti. Allo stesso modo, nel tumultuoso ’68, Gilberto Gil e Caetano conducono un programma su una rete nazionale in cui portano alla massima elevazione la gioia della provocazione per rendere cristalline le contraddizioni, arrivando a far vestire Gilberto Gil da Gesù (un nero? Con la faccia da schiavo?) e, in occasione del Natale, facendo cantare al capellone Veloso la canzone Boas Festas vestito da Babbo Natale, con una pistola alla tempia. Verso la fine dell’anno, il parlamento era stato abolito e stessa sorte sarebbe toccata ai due musicisti: aboliti, cancellati per legge, arrestati. Una mattina i militari si presentano alla porta di casa e Caetano Veloso raccontava quel momento come una scena surreale: lui aveva la sicurezza che non gli avrebbero fatto nulla, convinto che agli occhi della politica lui e Gilberto risultavano solo due intrattenitori un po’ sopra le righe, ma di certo non una minaccia. Invece li prelevano da casa e li rinchiudono per due mesi in carcere. A Caetano impediscono di suonare la chitarra e, una volta rilasciato, lo obbligano ad allontanarsi da Salvador e a non comparire su nessun media. Nel periodo londinese, Caetano proclamò morto il tropicalismo e tremava ogni volta che qualcuno suonava al campanello, terrorizzato dal ricordo dell’arresto. Cancellati, come la democrazia, lui e Gilberto pubblicano un album fortemente ostracizzato dalla critica, atto finale prima dell’esilio a Londra. Fino al 1972, anno in cui l’altra colonna musicale brasiliana Joao Gilberto riesce a far rientrare i due, Caetano dà espressione alla sua volontà di sperimentare, tirando fuori da sé una quantità di sfumature impressionanti per una sola persona. Vengono fuori i Beatles che fanno l’amore con i Rolling Stones rotolandosi dentro David Bowie. Viene fuori il blues incipriato di rock. Viene fuori il samba triste, l’inglese sbagliato e il portoghese lingua del cuore. I testi geniali, i suoni che diventano di fatto parole. Una spericolatezza musicale che lo rende moderno ogni volta che poggia le dita su una chitarra.

Rientrati in patria dopo essere stati allontanati dal potere, dalla politica, dai giovani, dalle ideologie, oggi risultano essere dei monumenti nazionali viventi a cui guardare in attesa di un riferimento. Politico e musicale. A quasi 75 anni continua a mantenere l’inarrestabile curiosità per il nuovo. Non è un caso se ancora oggi suona con musicisti trentenni e ricopre il ruolo di appassionato talent scout: tra le più note scoperte vi sono Maria Gadù, Emicida e il mio ben amato Criolo, già citato in un precedente articolo. La voglia di libertà e l’intelligenza con cui sa farla danzare lo ripropongono ancora come un esempio, un Dio laico a cui rivolgersi quando vogliamo far ballare la tristezza o mostrare sfacciatamente del coraggio. Non ultima, quella che agli occhi di alcuni è risultata essere l’ennesima provocazione di Seu Caetano che, nelle sue parole, esplode di pura libertà.

Per questo, nel 2017, i passi di Caetano Veloso sono ancora quelli da seguire nel camminare contro vento, senza sciarpa e senza documento, in un momento storico in cui conosciamo solo le estremizzazioni, le posizioni polari e non riconosciamo più la bellezza e la giustezza di un pensiero deciso e mulatto, che sa evolversi e riconoscere l’inutile rigidità delle regole umane, come un bahiano innamorato di quello che non conosce.


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Da sempre convinta anti-aristotelica, credo fermamente nell'impoverimento delle categorizzazioni. Rifuggo dalle definizioni e amo ciò che mi piace, evitando con onestà "ciò che va fatto perché va fatto". Una verità scontata? Non troppo. Ecco perchè tra le mille valide facoltà di Scienze Sociali ho scelto la più indefinita di tutte: Scienze Politiche. Amante della Cultura Mediterranea, arabista incuriosita ed europeista speranzosa, guardando Andria dalla Città Eterna ho compreso l'eterna bellezza della mia terra. Amo il Pianeta e mi stupisco del Mondo.