Una giovane donna di 33 anni oggi molto impegnata nelle scuole per infornare le giovani generazioni circa gli effetti devastanti conseguenti all’assunzione di sostanze stupefacenti. Giorgia aveva 17 anni e voglia di ballare fino all’alba. Prese una mezza pasticca di ecstasy e finì all’ospedale di Niguarda con un’epatite tossico-fulminante. Il suo cuore stava rallentando e si sarebbe fermato in poche ore se Alessandra, una ragazza di 19 anni, non si fosse schiantata in macchina a centinaia di chilometri da lei…

Giorgia Benusiglio, il 1983 è l’anno nel quale sei nata, mentre il 1999 rappresenta l’anno della tua “rinascita”: oggi vivi grazie ad una giovane donna morta in un incidente stradale. Vuoi raccontarci?

Nel 1999, dopo aver ingerito una mezza pasticca di ecstasy, mi ritrovai il fegato in necrosi, quindi fui portata d’urgenza in ospedale dove i medici decisero di operarmi in extremis: l’intervento di trapianto del fegato durò ben diciassette ore.

Successivamente dovetti subire un altro intervento, della durata di cinque ore, perché il fegato della mia donatrice, Alessandra, era un po’ più grande rispetto a quello che poteva contenere il mio corpo e c’era il forte rischio che lo stesso organo potesse iniziare a schiacciare la vena cava producendo ascite. Nel secondo intervento mi fu installato dapprima uno stent tra il fegato e la vena cava affinché quest’ultima non venisse più compressa e successivamente mi fu applicato un drenaggio nei polmoni. Insomma è inutile dire che è stato un calvario: ho passato un mese e mezzo in terapia intensiva, vera e propria anticamera della morte; ero attaccata a mille tubi, tubicini, macchinari e mi nutrivano per endovena. Poi tutta la riabilitazione che ne è seguita, perché la parola trapianto non inizia e finisce con un’operazione che può durare più o meno 17 ore, ma è qualcosa che ti porterai dietro per il resto della vita. Io sono e sarò una paziente per sempre.

Sono passati 16 anni ma ancora oggi, ogni mese, devo fare gli esami del sangue; ogni sei mesi devo fare un check up completo: questa è la mia vita. Solo due anni fa ho trascorso 9 mesi entrando e uscendo dagli ospedali, perché comunque ci sono dei momenti in cui le cose non vanno come dovrebbero andare: ci sono dei periodi in cui il mio corpo va in standby e bisogna ricaricarlo. Se ci penso, sono più gli anni che ho vissuto da trapiantata, rispetto a quelli in cui ho vissuto da persona normale. Tuttavia, se raccontando ciò che mi è successo posso far riflettere o donare informazioni agli stessi ragazzi che potrebbero arrivare a compiere una scelta sbagliata, lo faccio con il cuore perché il pensiero che possano soffrire quello che ho sofferto io mi distrugge dentro.

La tua risposta induce a riflettere su due concetti-valori: il silenzio che si respira in un reparto come quello della terapia intensiva e il coraggio che ti spinge ad agire per evitare che altri soffrano come hai sofferto tu. Che rapporto hai con il silenzio e il coraggio?

Il silenzio ha caratterizzato gran parte della mia vita e fa ancora parte di me. Quando rifletti e ragioni, in realtà sei in un silenzio apparente perché dentro di te rimbombano mille pensieri; mille “ma”, “se”, “perché”: paroline, queste ultime, che hanno caratterizzato tanti anni della mia vita. Dopo la fase del silenzio emerge l’esigenza di esternare i sentimenti interiori, perché tenendo tutto dentro si corre il pericolo di ritrovarsi in un vicolo cieco e quindi giungere a non risolvere certe problematiche o grandi nodi. Ho sentito pertanto l’importanza di comunicare i miei silenzi, generati da un passato doloroso, proprio a tutti gli studenti che incontro nelle scuole: sono loro le giovani generazioni ovvero il nostro futuro. Quanto al coraggio di abbandonare il silenzio è ciò che serve per denunciare, confrontarsi, informare correttamente in una società in cui, molto spesso, la disinformazione regna sovrana. Io ho la consapevolezza che tanti ragazzi ascoltando la mia storia cambiano approccio rispetto alle sostanze stupefacenti e quindi maturano anche il forte desiderio di affrontare la vita in maniera diversa. Ritengo che sia fondamentale donare speranza, in una società costruita sull’individualismo e sul facile giudizio: elementi, questi ultimi, che conducono le persone ad indossare maschere utili ad occultare limiti e difetti o le cicatrici generate da esperienze negative. Oggi c’è una corsa ossessiva nell’apparire perfetti, ma la perfezione non esiste, conseguentemente ciò che appare perfetto è finto, quindi effimero, ed a questo punto si ritorna alla droga che è un diversivo di un giorno, mentre la vita è tutt’altro.

Nelle scuole, ti sei fatta l’idea che gli insegnanti siano in grado di trasmettere ai loro alunni l’amore per la libertà?

Le scuole vivono una problematica enorme: mi riferisco allo scontro tra insegnanti e genitori. Un tempo, se l’insegnante utilizzava metodi “poco educativi”, quali ad esempio la tirata di orecchie, il figlio tornando a casa, una volta riferito l’accaduto, subiva un’ulteriore tirata di orecchie dai genitori, perché c’era fiducia incondizionata nell’educatore-insegnante; adesso, se dovesse accadere una cosa del genere, il genitore denuncerebbe immediatamente l’insegnante presumendo che il proprio figlio non possa mai aver alcun torto. Quando un genitore scredita l’insegnante, che è la prima forma autorevole per il ragazzo stesso, si capisce bene come questo comportamento arrechi un danno in primis al proprio figlio perché, mentre nell’immediato non avrà rispetto verso un’autorità come l’insegnante, successivamente non rispetterà neanche l’autorità vera e propria ovvero le forze dell’ordine. La collaborazione e la rete sociale sono elementi fondamentali e gli insegnanti non dovrebbero aver paura di agire. Gli educatori, invece, oggi fanno lo stretto necessario: in primis, perché vengono pagati pochissimo, aspetto deplorevole perché l’insegnamento è un lavoro importantissimo che dovrebbe essere supportato diversamente e sostanzialmente; inoltre, perché non sono tutelati: che senso ha rischiare il posto di lavoro per provare a cambiare ragazzini viziati? Capisci bene come, allo stato attuale, l’insegnante non abbia più stimoli per educare i suoi allievi e non avendo stimoli diventa un freddo burocrate della didattica.

Come definisci il concetto di libertà?

La libertà si ottiene con la cultura. Sorrido perché questa breve frase la pronunciava sempre mio padre. Libertà è riuscire a stare al tavolo con persone eccelse e colte, ma anche con persone più umili. Libertà è il sentirsi a proprio agio in ogni situazione; potersi confrontare con tutti; arricchirsi conoscendo ogni singolo individuo e cercando di scendere dal piedistallo, con la consapevolezza che ciascuno di noi può insegnare qualcosa all’altro. Tutto questo per me è la libertà che fa rima con umiltà.

La tua vita fa pensare ad una grande scatola piena di colori. Ti andrebbe di fare un piccolo gioco: associare un colore alla figura del tuo papà; uno a quella della tua mamma; uno a quella di Alessandra, la tua donatrice, ed infine un colore al tuo compagno di vita Giuseppe?

Il rosso, quindi l’amore, la forza e la tenacia, è il colore che mi fa pensare a Giuseppe che sta facendo un po’ le veci di mio padre che, con la sua prematura morte, ha lasciato un vuoto incolmabile. Mio padre rappresenta tutti i colori vivi e luminosi che la natura può regalarci, perché lui era veramente tutto e penso che un uomo così non lo incontrerò mai più nella vita in quanto uomini dotati di una levatura umana incommensurabile si incontrano una sola volta nella vita. Oggi ho smesso di piangere per la sua morte ma ho imparato, attraverso l’esperienza nelle carceri e quindi dal contatto con i detenuti, e con uno in particolare, a sentirmi fortunata nell’aver avuto la fortuna di essere stata avvolta, per 30 anni, tra le braccia di un padre così. Alessandra mi fa pensare al giallo: il sole, la luminosità, la forza, la vitalità perché è quello che mi trasmette ogni giorno, dato che lei vive in me. Mia mamma invece è una persona estremamente empatica e sensibile, meno forte rispetto a mio padre, sotto certi punti di vista, ma nel momento del bisogno diventa forte, come un orso, nel proteggere la propria figlia. Mia mamma insomma mi fa pensare a tanti colori che si amalgamano perfettamente. I miei colori preferiti sono il rosso e il verde ed è proprio quest’ultimo che sento come il colore che appartiene alla mia anima: verde quindi speranza.


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Giuseppe Leonetti
Una famiglia dalle sane radici, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Bologna, con una tesi su “Il fenomeno mafioso in Puglia”, l’esperienza di tutti i giorni che ti porta a misurarti con piccole e grandi criticità ... e allora ti vien quasi spontaneo prendere una penna (anzi: una tastiera) e buttare giù i tuoi pensieri. In realtà, non è solo questo: è bisogno di cultura. Perché la cultura abbatte gli stereotipi, stimola la curiosità, permettere di interagire con persone diverse: dal clochard al professionista, dallo studente all’anziano saggio. Vivendo nel capoluogo emiliano ho inevitabilmente mutato il mio modo di osservare il contesto sociale nel quale vivo; si potrebbe dire che ho “aperto gli occhi”. L’occhio è fondamentale: osserva, dà la stura alla riflessione e questa laddove all’azione. “Occhio!!!” è semplicemente il titolo della rubrica che mi appresto a curare, affidandomi al benevolo, spero, giudizio dei lettori. Cercherò di raccontare le sensazioni che provo ogni qualvolta incontro, nella mia città, occhi felici o delusi, occhi pieni di speranza o meno, occhi che donano o ricevono aiuto; occhi di chi applica quotidianamente le regole e di chi si limita semplicemente a parlare delle stesse; occhi di chi si sporca le mani e di chi invece osserva da una comoda poltrona. Un Occhio libero che osserva senza filtri e pregiudizi…