di Domenico Canciani, Castelvecchi 2023

Ci sono libri che è impossibile recensire o che, per meglio dire, andrebbero recensiti con una sola parola, una sorta di imperativo categorico: leggetelo!

Ho tenuto a lungo il libro di Domenico Canciani sul mio comodino, preso, sì, da altre urgenti letture, ma anche trattenuto dal timore di misurarmi con la mole del suo saggio su Camus: mi sbagliavo…

La verità è che Domenico Canciani è un narratore prestato alla saggistica. Racconta tutto con la sapienza e la dolcezza del suo sguardo mite, sofferente e pensoso. Io, che ho avuto la fortuna di ascoltarlo più volte dal vivo, spero e prego che si decida a scrivere il romanzo che non ha mai scritto: quello del suo e del nostro tempo.

Nondimeno, è già fortuna che si sia deciso a dare alla luce un’opera la cui gestazione lo ha impegnato per più e più anni, in una sorta di corpo a corpo con il “suo” Camus, prima ancora che con gli scritti del pensatore algerino.

Il corpo a corpo, in realtà, avviene già, tra l’inferno e la ragione, nel medesimo Camus. È in questo ostinato e paziente cultore del dialogo che lo scontro “bipolare” tra sole e morte, tra scrittura e impegno, tra assurdo e guerra si fa lancinante e silenzioso, taciuto eppure urlato dalla sua instancabile penna che si è misurata con differenti generi letterari pur di non sottrarsi al compito di attraversare responsabilmente le lacerazioni del proprio tempo.

Come già si legge nella quarta di copertina, il saggio di Canciani si offre come un vero “esercizio di ammirazione”, disegna una biografia intellettuale, ma anche politica, ripercorre con amorevole acribia ogni singola tappa di una “esistenza propriamente tragica”. Non sarà un caso se anche i dieci capitoli in cui si compie il titanico sforzo di Canciani sono sempre introdotti da un titolo che è, in verità, una coppia di contrari, una coppia “bipolare” si direbbe. Tranne che nell’ultimo capitolo, in cui “amore” e “compassione” si accompagnano, quasi a indicare la cifra autentica di questo umanissimo e grande “cuore pensante”, per servirsi di una ben nota definizione.

Ora, di Camus parlano e scrivono in tanti, non so quanti lo leggano. La mole dei suoi scritti, peraltro, può essere una non inconfutabile eppure concreta ragione per evitare di accostarsi a lui. Ma il libro di Domenico Canciani si offre come uno splendido ponte, come l’invito ad un incontro, come una promessa d’amore intellettuale. Una promessa felicemente mantenuta.

Peraltro, il testo di Canciani è così innervato degli scritti di Camus che, leggerlo, consente di realizzare un costante incontro con la fonte.

Tra tutte le citazioni possibili, ne ho scelta una che mi sembra ben capace di illuminare il paradigma esistenziale e la “disperata grandezza” di Albert Camus:

«Ci fu una notte nell’umanità in cui un uomo completamente gravato dal suo destino guardò i compagni prostrati nel sonno e solo, in un mondo silenzioso, dichiarò che non doveva addormentarsi ma vegliare fino alla fine dei tempi. Questi tempi sono ancora i nostri tempi. Non sono mai stati così amari e duri per l’individuo solo. Ma l’unica grandezza dell’uomo sta nel battersi contro ciò che lo supera. Non è la felicità che occorre augurare oggi, bensì questa sorta di disperata grandezza» (p.74).

***

D. Canciani, Albert Camus. L’inferno e la ragione, Castelvecchi, Roma 2023, pp.388, € 29,00.

Indice

Premessa. «Chiedo solo d’essere letto con attenzione»

Preludio

I. Il sole e la morte

Nel paese innocente; La scelta della scrittura; Gli occhi aperti sulla luce e sulla morte.

II. La scrittura e l’impegno

Gli occhi aperti sulla società; L’assurdo nella società coloniale; La miseria della Cabilia.

III. L’assurdo e la guerra

La fecondità dell’ostacolo; La felicità di Sisifo; Il partito preso degli uomini.

IV. La Resistenza e la Liberazione

Le ragioni di una scelta; La stagione della clandestinità; I giorni della libertà riconquistata.

V. Il giornalismo e l’etica

L’invenzione di un giornalismo critico; L’Algeria s’infiamma; Il secolo della paura.

VI. La rivolta e la misura

Nella storia contro la storia; Un romanzo filosofico; Nelle terre del pensiero meridiano.

VII. Il grido e il silenzio

Sisifo infelice; Il tempo di Giovanna d’Arco è finito; Sulla lama d’una spada.

VIII. L’orrore e la madre

Fermare l’orrore; La giustizia e la madre; Pietra d’inciampo.

IX. Le amicizie e la guerra

Due giusti; Il figlio ribelle; Tutto è perduto.

X. La compassione e l’amore

«Una corsa da me stesso a me stesso»; Nel nome del padre, nel nome della madre; Il libro incompiuto.

Epilogo. In un tardo pomeriggio d’estate.

DOMENICO CANCIANI

Ha insegnato Lingua e cultura francese presso l’Università di Padova. Si è occupato di storia intellettuale della Francia e del Maghreb. Esperto di Simone Weil, ha scritto il saggio Simone Weil. Le Courage de penser (Beauchesne, 2011). Con Maria Antonietta Vito, per Castelvecchi ha curato: Una costituente per l’EuropaScritti londinesi e Dichiarazione degli obblighi verso l’essere umano (2013), Padre nostro e Viaggio in Italia (2015), L’amicizia pura e Venezia salva (2016), La persona è sacra? (2017).


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...