«Io sosterrò sempre che il ringraziamento è la più alta forma di pensiero, e che la gratitudine non è altro che una felicità raddoppiata dalla sorpresa»

(G.K. Chesterton)

Se ne stava pacifica e solitaria come ogni giorno a quell’ora, la testa a tratti alla canzone del momento, a tratti immersa nelle sue nuvole ora bianche ed ora nere: abiti comodi fino a tarda ora, era uso e costume del tutto normale in quelle sere di piena estate della terra meridionale a cui apparteneva in una maniera così viscerale da fare, per lei,  scelte spesso anche molto azzardate.

Non c’era nulla di strano in quello specifico momento, doveva semplicemente scrollarsi di dosso la giornata trascorsa nell’apparente eppure oggettivo relax, sistemarsi con quelle che chiamava “pezze da villaggio” e capire se avrebbe trascorso il tempo che restava prima del sonno scendendo ancora in spiaggia, andando a casa di qualcuno a cena, restando in giro in centro con il migliore gelato della terra fra le mani, scegliendo il suo terrazzo con uno dei suoi libri  o solo preferendo godersi cicale e tramonto in sacrosanto silenzio.

Mentre non si poneva nemmeno lontanamente il problema, presa dalla bradipia delle lunghe ferie e dal fatto che proprio non le interessava sapere prima cosa sarebbe stato di lei dopo, l’evento inatteso.

Molto banalmente, il campanello.

«Chi diavolo sarà mai?», si chiese seccata; il suo rapporto con il campanello era da sempre un rapporto di livore, poiché intanto ne detestava il suono e, peggio, detestava chiunque lo mettesse in condizione di riprodurlo.

Era una rosa. Una rosa a domicilio, ad agosto. Roba da pazzi. Peraltro a lei che, nel cerchio della sua limitatissima tolleranza mondana, non aveva mai fatto rientrare i fiori recisi. Al di là dei suoi gusti, però, qualcuno stava compiendo un gesto: peccato lei non riuscisse proprio a capirne la ragione.

Dunque era approdato sotto casa sua un tizio, lo aveva riconosciuto: incrociato per la prima volta quella stessa mattina, quando lui poteva prenderla per pazza. Era andata così: stava passeggiando sul bagnasciuga quando aveva notato un esserino, un granchietto, che sballottolato dalla risacca proprio non ci riusciva a tornare in mare. Doveva essere riuscito, però, a scappare dal secchiello di qualcuno che lo aveva preso sulla scogliera più in là e lei no, non poteva proprio lasciare che quell’anima innocente rischiasse pure di venire schiacciata dai bagnanti. Solo che era un po’ smidollata, non sapeva come prenderlo e così si era messa a seguire il suo roteare fra acqua e sabbia, fino a trovarsi accovacciata ai piedi di quel tizio del campanello. Si era accorta di sembrare soggetto da ricovero e si era subito giustificata:

«Chiedo scusa, è solo che vorrei aiutare questa anima di Dio in difficoltà e non riesco a prenderla».

Detto fatto, il tizio raccolse il granchietto dicendo che per salvarlo serviva tornare alla scogliera.

«Pensa davvero di arrivare fino alla scogliera?», chiese con aria incredula.

«Certo, ci stavo andando. Lo riporto a casa» – «Grazie!, rispose lei senza soffermarsi oltre.

Tutto qua, il piccolo portatore di chele era entrato nel buco della roccia e questo evento aveva portato una rosa alla nostra amica.

Il tizio, dunque, era lì per la sorpresa che aveva scatenato in lui quel random act of kidness della pazza sul bagnasciuga.

Se fosse più folle la briga di salvare un granchietto o quella di porgere una rosa per questo motivo, non so stabilirlo.

Dalla vicenda sui generis era scaturita una conversazione informale, davanti a un caffè offerto più per imbarazzo che per gentilezza e da quel conversare lei si rese conto che, per quanto fosse incredibile, qualcuno da salvare dall’immondezzaio umano, ancora c’era. Quel tizio si era descritto come qualcuno che non era quasi mai stato presente a sé stesso, che aveva fatto scelte inutili: liceo classico, scienze dell’educazione, poi scienze della formazione primaria e a due esami dalla seconda laurea… la pazzia. L’unica cosa che aveva imparato a fare era studiare, così aveva potuto preparare in due mesi il concorso per entrare nell’arma, vincendolo e mandando a mare il resto.

«Avessi dedicato più tempo a una lingua straniera che non fosse stata il greco o il latino, avrei…», stava dicendo…

«Avresti avuto un terzo del tuo spessore e non più di un ottavo del tuo spirito critico», concluse lei, al suo posto, interrompendolo.

Lui rimase quasi basito, disse solo grazie e così lei continuò, guardando nel vuoto:

«Ce la faremo», con un plurale cosmico in mente, sentendosi incalzare con un prontissimo:

«Sempre coniugati al futuro, però, certi verbi».

E allora fu lei a restare in silenzio. Il futuro, pensò. Erano mesi che non aveva più modo di immaginarne uno, continuava a rimanere indietro set su set, ma sapeva che nella vita chi vinceva sempre, in realtà, non sapeva cosa si perdeva.

Così in quel momento di stasi, pensò anche al passato, quello che secondo le teorie più quotate non si poteva ripetere. Mah, sarà anche stato passato, ma molti uomini lo ricordavano benissimo, faceva parte della loro storia. E come era risaputo, il gatto che si era scottato, aveva paura anche dell’acqua fredda. Figurarsi di una donna per cui l’unica regola valida era quella dell’altrove.

Orbene, onore al granchio, onore all’uomo ed alla sua fallace esistenza, onore al greco, onore al caffè, onore alla rosa, onore alle parentesi chiuse lì. I due sconosciuti si resero grazie reciproco e si salutarono, per non rivedersi mai più.


FontePixabay.com
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Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

3 COMMENTI

  1. Ciao Anna,
    e i pensieri come il tuo restituiscono calore a tante pagine di vita. Per me sarà un piacere fare la tua conoscenza appena sarà possibile trovare modo ed occasione. Grazie infinite

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