
Lì si vedono frammentati
resti del pensiero che non obbedisce,
tende instabili oscillano
sulle palpebre cosmiche,
riflessi dominanti
cadono giù
dalla estensione della luce
separata dalla memoria.
Cento becchi scrivono il cielo
senza grammatica,
mille canti chiusi si spezzano
in semi udibili,
e il linguaggio perde la sua casa
dentro la bocca del vento.
Un papavero sottomettendosi
alla propria vertigine rossa
impara la forma del crollo
la chiama fioritura aperta
alla notte che mastica
le sue sillabe non dette.
Insolita sorpresa sotto questo cielo, mancano le coordinate,
senza volere tornano i pestaggi
contro le costole del terreno.
Ogni battito insiste a essere vivo.
Le parole si accostano, si urtano, si dimenticano,
i laberinti sciolti del suono bevono
la loro stessa eco,
e ciò che resta non è senso ma un tremore,
somiglia alla nascita.
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