“Cultura significa anzitutto creare una coscienza civile, fare in modo che chi studia sia consapevole della dignità. L’uomo di cultura deve reagire a tutto ciò che è offesa alla sua dignità, alla sua coscienza. Altrimenti la cultura non serve a nulla”

(Sandro Pertini)

Non so bene quanto io abbia ascoltato, letto, studiato, ascoltato circa i percorsi pedagogici e il fatto che il rapporto docente-alunno sia qualcosa da tenere in debita considerazione, poiché, banalmente, segna. Banalmente.

È vero anche che ogni fiato umano si affacci in altrui vita, che sia arricchimento o detrazione, non passa mai senza uno strascico, anche quando non c’è coscienza della cosa: siamo i posti che abbiamo visto, i libri che abbiamo letto, i giochi che abbiamo fatto… le persone che abbiamo incontrato.

E quindi oggi penso a lei: Angela Agnusdei, la mia professoressa di italiano, storia e geografia alle scuole medie. All’epoca non potevo certo avere cognizione del fatto che già nome e cognome fossero, davvero, tutto un programma. Ero solo preda delle mie eterne manie di osservazione: altezza media, caschetto liscio e nero, pelle bianchissima e “sottile”, l’avrei definita, occhiali in stile Rottenmeier, mani sempre in ordine con le unghie curate, corte ma appuntite. Chissà cosa direbbe, oggi, se sapesse che ricordo le sue mani.

Ma passiamo a me: ero una secchiona consapevole. Dovrei dire che mi piaceva studiare, ma non sarei esattamente sincera: io non tolleravo l’idea di fallire. Avessi amato lo studio tout court, non sarei stata l’incubo di Vincenzo Miggiano, quello bravo in matematica che ogni santo pomeriggio doveva sopportare la mia telefonata, perché non ero capace di fare i compiti con i numeri.

Ecco, questo essere tanto altalenante in ambito scientifico e terribilmente brillante in ambito umanistico mi è sempre costato molto: zoppicavo, lo sapevano anche i muri, ma non cadevo. E non cadevo mai: dovevo arrivare preparata, dovevo inventare metodi compensativi che all’epoca non esistevano, ma che credo mi avrebbero riconosciuto alla velocità della luce, se fossi stata una studentessa tredicenne del 2021.

In tal senso non so dire se sia stata o meno una fortuna che ai miei tempi non ci si occupasse particolarmente di certe difficoltà: ho pianto lacrime amare, ma ho sviluppato una specie di muro difensivo naturale. Non ero stupida io, ma era la matematica ad essere brutta, inutile, odiosa. Presunzione adolescenziale di una volpe incapace di raggiungere l’uva, che però, mi ha salvato la vita dai traumi dell’autostima ridotta ai minimi termini.

Detto ciò, anche Miss Io-studio-sempre, prima o poi, doveva farla la fesseria cedendo alla tentazione di cullarsi sul fatto che Angela Agnusdei si fidasse ciecamente: non mi interroga perché lo sa che sono preparata. Solo che non si può vivere sempre di rendita e ogni tanto il rifornimento va fatto: non lo avevo capito. Ed arrivò il giorno in cui lo avrei imparato, per non dimenticarlo mai più.

L’assoluto archetipo delle lezioni laboratoriali e pratiche di pedagogia applicata che le ere geologiche ricordino, nella mia testa. Il compito di realtà più autentico e in situazione di tutti i tempi! Se avete ancora pazienza, ve lo racconto.

Avremmo dovuto studiare la scoperta dell’America, interrogazione alla prima ora. E no, non avevo aperto libro. Una folle. Almeno per il mio standard, una follia. Ecco che il destino arrivò a presentare il conto, toccava a me, la Agnusdei aveva deciso di interrogarmi. La sensazione di vuoto, terrore, angoscia, nervi e sudore colante che provai in quell’istante, non si può descrivere e non si può dimenticare: però la mano di Dio si appoggiò sulla bidella, che in quel momento entrò in classe dicendo alla professoressa che era desiderata in presidenza. Usai quel tempo come il mio metodo compensativo home made suggerì: chiesi ad Ingrid Torelli, l’altra secchiona della compagnia, di raccontarmi come era stata scoperta l’America e le pregai di offrirsi volontaria in modo che, in un’interrogazione di coppia, avrebbe potuto darmi imbeccate. Fra secchioni ci si aiuta? No, fra amici ci si aiuta: Ingrid accettò.

Le cose andarono come previsto ed Ingrid prese un 9, io un 8. Per me era già un miracolo, trovavo fosse equo, al contrario del resto della classe il cui brusio mi innervosì in un nanosecondo. Non era giusto, non avevo studiato, non mi meritavo quel voto. Ero piccola, cocciuta, risoluta e faccia di bronzo:

Professoressa, per favore, cancelli il mio voto! La classe non è d’accordo, pare io non lo meriti. Lo cancelli, per favore”.

La Agnusdei non cambiò espressione, né si mosse: aveva la testa china e così la lasciò, con gli occhi dritti sulle griglie del registro. Da quella posizione mi invitò ad alzarmi e ripetere tutta la lezione da posto, non proferì altro commento, lo zero assoluto. Feci ciò che mi era stato chiesto, ormai l’avevo imparato come era stata scoperta l’America… vero è che non avevo studiato quel giorno, ma forse il fatto di farlo sempre, aiutava a stare allenati: senza forse (anche questo l’ho scoperto solo in quel frangente).

A narrazione conclusa, la professoressa nuovamente non si espresse, se non per sentenziare:

“Va bene Myriam. Come volevi, il voto è cancellato. Niente 8, passa a 10”.

Un misto di soddisfazione, impeto di grandezza, ego grande quanto l’Asia, improvvisa coscienza di quanto era accaduto, il silenzio tombale intorno a me. Di botto mi sentii molto più piccola di quanto non fossi, il contrario dell’attimo precedente. Non dissi nemmeno grazie, ripresi il mio posto da seduta e rimasi immobile, stordita. Pensai che lo dovevo ad Ingrid e pensai che lo dovevo alla mia classe. Stronza, ma incentivante.

Non capii subito quanto avrei dovuto, da quel giorno in poi, alla Agnusdei.

Se fino a quel giorno, infatti, non avevo mai negato aiuto, da allora in poi non ho più aspettato mi venisse nemmeno chiesto; non ho più dato nulla per scontato e non ho mai più omesso di fare carburante, non ho più contato solo sulle mie forze ed ho imparato che nessuno si salva da solo. Ma, di più: è stato allora che ho imparato quanto sia inutile un grazie detto e non fatto.

Ho maturato allora la parte più inattaccabile di me: il mio dovere sempre e con le forze mie e di chi è sulla mia stessa barca. L’aiuto da chi può di più sì, ma solo se sudato e guadagnato e poi la riconoscenza: con i fatti. Ineludibili.

Alla Agnusdei e ad Ingrid non l’ho mai detto, ho avuto bisogno di troppo tempo per capirlo: ma è nel nome del loro insegnamento che nessuna delle persone passate per questa vita ha trovato mani tese per prendere e chiuse per dare, né mai è partita una richiesta che fosse gratuitamente interessata, né mai è successo che io non abbia fatto tutto quanto fosse in mio potere per avere il più totale ed assoluto rispetto di tutti, inclusi coloro che, ovviamente, hanno nella vita ricoperto il ruolo che fu della mia classe in terza media: il grazie all’invidioso, il grazie all’aiutante, il grazie al superiore.

Manca il grazie a me, ma quello me lo dedico tutte le volte che, davanti allo specchio, non mi permetto di sentirmi superiore: quando c’è da versare sudore, anche se non porta ai risultati sognati, io lo verso.

I sogni infranti non si sostituisco, è vero, ma si possono surclassare con sogni anche più arditi. La dignità, invece, quella non si recupera più, se ce la si gioca. Ed io, tanti anni fa, ho imparato come è stata scoperta l’America e come si scopre ogni giorno.  A costo di scambiare una terra per un’altra, il periplo si fa remando con le proprie forze: se verrà poi qualcosa, sarà bene. In caso contrario, non so se rendo la grandezza della conseguenza: testa alta, sguardo fiero e dritto, nonostante la schiena rotta, in quel caso. Dare tutto, a prescindere da tutto: perché la dignità, ho ancora imparato, è qualcosa di sovversivo e non sta negli onori riconosciuti, ma nella consapevolezza limpida e distillata di meritarli, che arrivino o che si lascino attendere. Verso l’Oltre. Qualunque esso sia.

Agnusdei docet.

 

 


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Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

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