“Εἷς μοι μύριοι, ἐὰν ἄριστος ἦν”

(Heis moi myrioi, ean aristos ēn)

“Uno per me vale come diecimila, se è il migliore”

(Eraclito)

Per ragioni puramente umane e dunque tecniche, di ordine pratico, fondamentalmente poco utili, di bassa levatura, giunge alle mie orecchie un consiglio rivolto a varie menti.

Si invita chi non abbia mai studiato il greco a familiarizzare almeno con l’alfabeto e chi, invece, lo conosce, a ricordarsi quale tesoro possiede.

Beh, io il greco l’ho studiato in effetti ed anche abbastanza bene, non per questo però riesco a sedermi dalla parte di quelli che devono ricordare il tesoro posseduto, poiché sono assolutamente certa di non possederlo affatto.

Voglio dire, i Greci avevano nel portapranzo ottantamila vocaboli quando arrivarono i romani a fare razzia: spazzavano via tutto dicendosi non più di quattro frasi in croce, di vocaboli ne avevano solo quattromila. Abbastanza rozzi e prevaricatori… abbastanza… questi Latini impoverivano tutto quello che toccavano in quel momento: guerrafondai, conquistatori, maschilisti, un po’ zozzoni, esagerati e molto lontani dalle finezze greche capaci anche di scolpire un arco con la maestria della classe e la leggiadria delle dimensioni reali.

I Greci, ovviamente, sapevano pensare, questo è: ciascuno di noi funziona nello stesso modo. Più vocaboli possiede, meglio pensa. Meglio pensa e meglio agisce. Meglio agisce e meglio educa. E così all’infinito, in un cerchio che nei vocabolari scarsi di contenuti, avrà al più il diametro del bottone di un polsino.

Nel bel mezzo di questo rapidissimo volo pindarico, dunque, spolvero l’archivio della mente, sposto faldoni rossi, blu, verdi e grigi, metto da parte normative e giurisprudenza varia ed eventuale; certo, vorrei poter buttare nel cestino i numeri e le formule, mentre continuo a chiedermi come sia possibile il loro imperterrito stazionare (male) nella struttura del mio piccolo sapere. Cerco qualcosa che confermi o sbugiardi le mie riflessioni, non so bene cosa: un quid in cui inciampare, come fosse un punto fermo travestito da sassolino per poter esclamare Εὕρηκα! (Heureka), ho trovato!

E nel bel mezzo del cammin, intravedo finalmente qualcuno: lontanissimo il sig. Latino, quello che è pur sempre a modo suo, da cui più facilmente provengo e che, per quanto povero fosse, sempre anni luce oltre i miei contenuti si trova. Chapeau Monsieur.

Molto dietro rispetto a lui scorgo un’ombra, la riconosco, è quella del sig. Greco. Alzo le mani.

Da quanto tempo avevo smesso di pensarci? Di dedicare solo a loro un pensiero univoco? Sempre infilati in mezzo a mille altre cose, irrinunciabili per forza di cose, ma quasi mai protagonisti assoluti.

Li saluto timidamente, perché non è mai bello dimenticare i vecchi amici per periodi così lunghi. Provo un po’ di imbarazzo, cerco di nascondermi ma so che non è necessario, si tratta solo di sistemare schiena e spalle, ringraziare per il dono di conoscerli al punto da poterli ritrovare nella selva oscura e lasciare andare quel senso assoluto di inadeguatezza davanti a insegnamenti come quelli di Platone, che serafico ma imperturbabile, fra le altre cose, impartiva: Ἀγεωμέτρητος μηδεὶς εἰσίτω (Ageōmètrētos mēdéis eisìtō)Non entri nessuno che non conosca la geometria”; o assiomi come quelli degli esercizi antichi che recitavano Ἀρχὴ μεγίστη τοῦ βίου τά γράμματα. (Archè megìstē tou bìou ta gràmmata)Il miglior inizio della vita sono le lettere”.

Niente, davvero niente, bastano quattro parole prese qua e là nella scienza della coscienza e, almeno ai miei occhi, diventa ovvia la ragione per la quale ai Greci non si può dare torto: uno vale come diecimila, se è il migliore.

Ed in fatto di lingua, il greco lo è.

In fatto di uomini, ammettiamolo, qualche rarissimo sig. Diecimila esiste e basta questo per dire che vale sempre la pena arrivare a domani. E farlo felicemente.


FonteFoto di Peggy und Marco Lachmann-Anke da Pixabay
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Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.