Tra l’essenza dei suoi ben celebri figli: i tenerelli

Il signor Mario, erede e depositario di quattro generazioni di esperti in arte dolciaria, ha la fierezza dei suoi prodotti e la calma delle maturate certezze. La figlia Manuela è lo sprint, la competenza, la scommessa nel futuro. In mezzo anni di lavoro, tentativi, idee partorite su inghippi di ogni tipo.

A cominciare da un mercato che, come immagine del reale, va in direzioni facili ma infelici. Competenza vuole ricerca, metodo e soprattutto passione. I Mucci perseverano, scommettono, fanno movimentare il cervello, sono famiglia.

L’azienda è un mix perfetto di tradizione e modernità: macchinari super tecnologici costruiti alla bisogna per l’utilizzo specifico accanto a gesti manuali e antichi, al rame che resta sempre il miglior conduttore. Uno staff integrato e trasparente, dedito e concentrato. Nel bianco totale dello scenario, i colori irrompono deflagranti. Non parliamo dei sapori. Una via crucis di stazioni a crescere verso il gusto migliore, l’idea più originale nella redenzione del palato. Come abbinare frutti e cioccolate, come aspettare che lo zucchero si cristallizzi per proteggere come scrigno prezioso il liquore intrappolato nei dragèes. Cassaforte di una parola che ho amato da subito: anime. Le anime dei tenerelli, le anime di marzapane, le anime dei manga ,le anime nostre. Mi si perdoni se non ho proprietà linguistica in merito, non uso i termini semilavorato e pralinatura, ma telai, setacci, mandorle, cacao sono cosa mia. E così è arrivato inaspettato un altro dono verbale: lucignolo.

Ho cominciato a pensare che dalla tradizione si passasse con uno sbuffo di farina alle fiabe. Lucignolo come l’amico allampanato di Pinocchio nel paese dei balocchi? O erano pure i cordoni lunghi e sottili di pasta che maneggiavano le donne di antica generazione? Il marzapane poi possiede una stanza apposita ed è la casetta dove capitarono Hansel e Gretel. Cerca che trova ed ecco i cannellini rosa e verdi con l’anima di cannella che la mia bisnonna centenaria conservava gelosamente nella tasca segreta del grembiale. Allora nel reparto cioccolata, nelle stanze di essiccazione, nelle cascate di confetti roteanti dov’è l’ombra del cappellaio matto e l’ingrediente segreto?  L’alchimia prosegue e scopro basita che l’argento puro si mangia, come anche l’oro. Sono minerali preziosi e nobili, unici eletti nel regno vegetale dei sapori: sfoglie impalpabili l’argento come ali di fata e polvere l’oro come cosmetico super illuminante. L’ho cosparso sulla mano come si fa coi belletti. E ritorno a pensare al palato perché descriverlo non riesco. So solo che Chi ci ha creato i sensi sapeva bene quel che faceva.

Oggi è così. Ho conosciuto una eccellenza nella realtà lavorativa della mia terra tanto bistrattata. Ho fatto un salto a piè pari nell’infanzia e nelle favole, che poi sono ugual cosa.  Ho pensato e penso che se siamo ciò che mangiamo dobbiamo gioire facendolo.

Le infinite combinazioni propostemi restano nella bellezza della mano che lavora il confetto che poi mi viene timidamente proposto e che io ripropongo agli occhi sorridenti e stupiti del mio amico. Nel profumo dolce e speziato, nei ronzii ovattati, nei gesti rituali della tradizione dolce. Ho dunque toccato, visto, assaporato, odorato e sentito. Su tutto, ve lo giuro, resto minuscola come Alice nel paese delle meraviglie!


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