Il poeta tragico della bellezza e dell’amicizia

Un ponte tra l’Italia e i Balcani”, tra due culture che si sono parlate e scambiate, e che gli avvenimenti degli ultimi vorticosi decenni europei hanno fatto correre il rischio di allontanare: anche per questa ragione ha un valore storico il libro “Izet Sarajlić per Sarajevo-Vita e Poesia” (Il Foglio Letterario ed., con il Patrocinio dell’Ambasciata d’Italia a Sarajevo) che Paolo Maria Rocco ha dedicato al ventennale della scomparsa di Izet Sarajlić, il più importante tra i poeti balcanici del Secondo dopoguerra. Una voce che tutto il mondo ha potuto ascoltare, in vita soprattutto, ma anche in morte.

Nell’evento tenuto a Sarajevo per la presentazione del libro, l’Ambasciatore italiano in Bosnia, Marco Di Ruzza -che ha promosso l’iniziativa insieme con il Museo di Letterature e Arti Performative di Sarajevo diretto da Sejla Sehabović- ha rilevato l’importanza complessiva dell’impegno che Paolo Maria Rocco dedica da diversi anni alla diffusione della cultura balcanica in Italia e alla costruzione di occasioni di incontro interculturale.

Il libro presentato a Sarajevo rappresenta una pietra miliare per il rilancio dell’attenzione internazionale intorno alla figura di un poeta e di un intellettuale al quale la cultura in lingua slava ha sempre guardato come alla sua stella polare. Il libro raccoglie una conversazione del curatore con Tamara Sarajlić-Slavnić, figlia di Izet, e una lunga serie di testimonianze inedite di intellettuali, poeti, artisti e filosofi italiani e balcanici, che hanno studiato l’opera di Sarajlić o che lo hanno conosciuto personalmente diventandone amici e spesso condividendone le esperienze esistenziali: Braho Adrović, Erri De Luca, Jovan Divjak, Silvio Ferrari, Predrag Finci, Ottavio Gruber, Miso Marić, Naida Mujkić, Josip Osti, Ranko Risojević, Vesna Scepanović, Giacomo Scotti, Emir Sokolović, Bozidar Stanisić, Stevan Tontić, Gabriella Valera, Silvio Ziliotto, Pero Zubac.

Ne emerge un dialogo fitto che unisce le due sponde dell’Adriatico in nome dell’amicizia e della poesia, in nome di un poeta che -scrive Paolo Maria Rocco-: «ha continuato a cantare la bellezza e l’innocenza della vita, in questo senso, ancora una volta, proprio come il soldato Ungaretti che accanto al compagno morto in trincea scriveva lettere d’amore; poesie, perché è la poesia l’ultimo baluardo contro le atrocità dell’uomo: ‘chi ha fatto il turno di notte perché non si arrestasse il cuore del mondo? Noi i poeti’, scrive Sarajlić».

Forse la poesia che segue -dedicata da Izet Sarajlić a suo fratello Ešo, fucilato nel 1942 dai fascisti italiani- e che qui si presenta nella traduzione di Rocco, può illuminare più di ogni altra parola il senso della ricerca del grande poeta:

“Ameremo per loro stasera./ Ce n’erano 28/ Erano cinquemila e 28./ Ce n’erano più di quanto ci sia mai stato amore in una poesia./ Adesso sarebbero padri./ Adesso se ne sono andati./ Noi che sulle piattaforme di un secolo abbiamo pianto/ la solitudine di tutti i Robinson del mondo,/ noi che siamo sopravvissuti ai carri armati e non abbiamo ucciso nessuno/ mia piccola grande/ stasera ameremo per loro./ E non chiedere se sarebbero potuti tornare./ Non chiedere se sarebbe stato possibile tornare indietro/ mentre per l’ultima volta/ rosso come il comunismo, ardeva l’orizzonte dei loro desideri./ Attraverso i loro non amati anni, pugnalato e in piedi, / è passato il futuro dell’amore./ Non c’erano segreti nello stare sdraiati sull’erba./ Non c’erano segreti nella camicetta sbottonata./ Non c’erano segreti nel giglio cadente da mani esauste./ C’erano notti, c’erano fili spinati,/ c’era il cielo guardato per l’ultima volta,/ c’erano treni che tornavano vuoti e desolati,/ c’erano treni, c’erano papaveri,/ e con essi, con i tristi papaveri di un’estate militare,/ con magnifico senso di fratellanza, gareggiava il loro sangue./ E sui Kalemegdan e sulle Nevsky Prospekt,/ sui Boulevard del Sud e sui Quays degli addii,/ sulle Piazze fiorite e sui Ponti Mirabeau,/ meravigliose anche quando non amano,/ Anne, Zoje, Janet hanno aspettato./ Aspettavano il ritorno dei soldati./ Se non fossero tornati/ avrebbero dato ai ragazzi le loro bianche spalle mai abbracciate./ Non sono tornati./ Sui loro occhi fucilati sono passati i carri armati./ Sui loro occhi fucilati./ Sulla loro Marsigliese interrotta./ Sulle loro illusioni trafitte. Adesso sarebbero padri./ Adesso se ne sono andati./ Ora al convegno d’amore sono le tombe ad aspettare./ Mia piccola grande”.

Il libro “Izet Sarajlić per Sarajevo-Vita e Poesia” è scritto in due lingue, italiano e bosniaco, ulteriore tappa di avvicinamento alla conoscenza di una cultura molteplice e ricca come quella che si esprime in lingua slava, che si aggiunge all’ “Antologia di poeti contemporanei dei Balcani” allestita e tradotta insieme con il poeta bosniaco Emir Sokolović (2019, LietoColle), un unicum nel panorama letterario in lingua italiana e slava, alla silloge “Bosnia. Appunti di viaggio e altre poesie” di Paolo Maria Rocco (Ensemble ed.) con testo a fronte in lingua bosniaca di Nataša Butinar, e che oggi registra la traduzione con proposta di lettura critica del libro dello scrittore e filosofo Predrag Finci “La stazione e il viaggiatore”, con le foto artistiche di Milomir Kovačević Strasni, per le Edizioni “Il Foglio Letterario” (2022).

Paolo Maria Rocco è poeta e narratore egli stesso, premiato in Italia e all’Estero. In un prossimo articolo presenteremo la varietà del suo impegno di ricerca letteraria, e della originale proposta poetica.


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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