
Quando la riforma degli ordinamenti giudiziari diventa un talent politico: appunti di un giurista disilluso alla vigilia del voto… diretto verso il Sestriere
Ad una settimana dalla tornata referendaria, dopo un periodo di riflessione abbastanza lungo, maturo, penso di poter esprimere – al pari di esimi conoscenti, colleghi e sconosciuti – le mie intenzioni di voto sul referendum per la riforma degli organismi giudiziari.
E partiamo da una doverosa premessa.
Per molte persone che si reputano di sensibilità politica affine alla mia, la parola d’ordine – categorica – è stata sempre la stessa, dall’inizio. No. A prescindere ed al netto di qualunque confronto sui quesiti.
Questa presa di posizione mi ha fatto sentire a disagio, nei primi tempi, da operatore del diritto che vive nella speranza utopistica di veder completata, presto o tardi, la riforma del processo penale voluta a fine anni ’80 dal ministro Giuliano Vassalli. Non uno qualunque, per chi mastica di sinistra e socialismo (o come si chiama ora, ammantandoci di revisionismo storico, progressismo). Medaglia d’argento al valor militare, per aver preso parte attiva alla Resistenza contro il fascismo ed il nazismo; membro del CLN e dell’Assemblea Costituente; fine giurista ed avvocato; socialista di riferimento al pari di Sandro Pertini, Giuseppe Saragat e Pietro Nenni. Fautore, ideatore ed ispiratore della riforma del codice di procedura penale nel 1989, coronamento – nella propria interezza – di quelle istanze di superamento dell’assolutismo giudiziario, derivante dal segreto istruttorio e da un processo penale di stampo puramente inquisitorio.
Una riforma tradita e mai completata per davvero. Per la quale non una singola parola è stata spesa negli intensi valzer mediatici, per lo meno di rilevanza nazionale.
Un sostegno tecnico e storico, pertanto, ad una riforma tutt’altro che popolare e populista, a cui i detrattori hanno spaccato il capello in quattro, per individuarne errori e probabili strumentalizzazioni autoritarie.
Molta di questa gente, dicesi progressista, in uno slancio di incoerenza profonda, è la medesima che ha votato convintamente per ridurre il numero dei parlamentari, quindi della rappresentanza politica, di fatto consegnando una maggioranza bulgara all’attuale Governo della Repubblica ed ai prossimi, qualunque essi saranno. Alla faccia della deriva autoritaria.
Un sostegno tecnico che però si scontra con la povertà semiotica, l’incompetenza, il sensazionalismo, la prepotenza di una maggioranza politica con la quale, per la prima volta nella storia, mi sono trovato d’accordo. Sui temi della riforma costituzionale e solo su quelli.
Mi spiego meglio: se questa riforma l’avessero proposta i marziani, i belgi o gli elefanti indiani, questi ultimi avrebbero avuto il mio appoggio tecnico.
Ma il terreno dello scontro è oramai politico, una metamorfosi voluta da entrambi gli schieramenti in campo in plebiscito confermativo sul governo attuale, in una poverissima indagine ISTAT di gradimento.
Ed a queste condizioni ci si rende conto che la modifica del consenso da esprimere è sostanziale, benché lo strato principale, il tratto di matita all’interno dell’urna, non possa sfuggire alla riflessione odierna.
Il referendum è ancora sulla modifica dell’ordinamento giudiziario. E rimane tale pur trasmutandosi in plebiscito contro il governo Meloni.
E allora, che si fa?
Si consideri questa come l’ennesima possibilità sfumata di tener sul banco un confronto politico su temi importanti, per parlare di giustizia e dei tarli profondi che la attanagliano, sacrificati sull’altare dell’immediatezza visiva, tra un video di Elio Germano ed uno spritz con il ministro della Giustizia.
Se il livello è questo, se il convincimento di molti passa da questo, allora semplicemente bisogna dare ragione a Carmelo Bene, apparire alla Madonna, cioè tentare di guardare il mondo dall’alto, per osservarne la morte politica. Sì, perché piano piano in questo dibattito è morta la democrazia, lasciando spazio alla competizione da talent televisivo.
Il 22-23 marzo, quindi, voi continuate ad azzuffarvi per niente.
Io, per citare un autore a me molto caro, me ne vado al Sestriere.























