Tiriamo le somme

L’Italia è divisa in venti regioni, cinque delle quali a statuto speciale, in un sistema che sulla carta dovrebbe garantire maggiore autonomia e vicinanza ai cittadini. Tra gli strumenti più rappresentativi di questa autonomia ci sono le leggi e i bandi regionali, meccanismi attraverso i quali le amministrazioni locali regolano l’ordine e l’organizzazione del territorio, e distribuiscono fondi pubblici per lo sviluppo territoriale.

Ma questi strumenti, soprattutto per quanto riguarda i bandi regionali, si sono dimostrati molto poco performanti nel garantire il reale utilizzo dei fondi stanziati. Pur essendo efficaci nella distribuzione capillare delle risorse. Da tempo infatti si discute della necessità di razionalizzare il meccanismo dei bandi regionali, a cui dovrebbe sopperire il nuovo Codice degli incentivi, ma anche di una revisione più ampia sulla struttura stessa delle regioni italiane.

A 55 anni dalla loro istituzione operativa, avvenuta nel 1970, emergono infatti dubbi sempre più consistenti sulla loro utilità ed efficienza. I numeri parlano chiaro: le regioni impongono solo il 7% delle tasse ma gestiscono il 30% della spesa pubblica nazionale, creando un paradosso democratico in cui la spesa non corrisponde alla responsabilità fiscale.

Il paradosso delle competenze senza responsabilità

Il sistema regionale italiano presenta una contraddizione fondamentale. Le casse regionali vengono rimpinguate principalmente attraverso trasferimenti di fondi nazionali ed europei, creando quello che alcuni definiscono un capitale parassitario sganciato dal principio democratico del “no taxation without representation”. In pratica, le regioni spendono risorse che non hanno raccolto direttamente dai propri cittadini, indebolendo il legame tra tassazione e rappresentanza.

Questo meccanismo ha favorito la nascita di potentati locali autoreferenziali, spesso più interessati al controllo del territorio che non alla responsabilità verso l’elettorato nazionale. Il risultato è una moltiplicazione di centri di potere che, paradossalmente, ha ampliato gli spazi per clientelismo e inefficienze invece di ridurli.

La sanità regionale: un sistema sotto accusa

Il fallimento più evidente del regionalismo italiano riguarda la sanità, regionalizzata a partire dal 1992. La pandemia di COVID-19 ha messo a nudo le criticità di un sistema frammentato in venti modelli diversi che hanno dovuto affrontare un’unica emergenza globale. Anche le regioni del Nord, tradizionalmente considerate più efficienti, hanno mostrato gravi lacune.

L’esempio della Lombardia è emblematico: la regione non è riuscita nemmeno a implementare un sistema efficace di prenotazione vaccinale, problema risolto solo grazie all’intervento del sistema nazionale di Poste Italiane. Differenze ancora più marcate si sono registrate tra regioni limitrofe: chi risiedeva a Roma poteva vaccinarsi rapidamente grazie alla priorità data a scuole e università, mentre nella vicina Perugia la situazione era completamente diversa.

Questa frammentazione ha creato un vero e proprio “arlecchinismo sanitario” che viola il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nel diritto alla salute, aumentando le disuguaglianze territoriali invece di ridurle.

Il crollo della partecipazione democratica

Contrariamente alla promessa di maggiore vicinanza ai cittadini, le regioni registrano livelli di partecipazione elettorale drammaticamente bassi. Le elezioni regionali recenti mostrano affluenze inferiori al 40%: l’Emilia-Romagna si è fermata al 37%, il Lazio al 38%, la Lombardia al 40%. Si tratta di percentuali significativamente più basse rispetto alle elezioni nazionali, segno di una crescente disaffezione dei cittadini.

Questo dato smentisce l’idea che il decentramento amministrativo avrebbe creato un maggiore coinvolgimento democratico. Al contrario, la moltiplicazione dei livelli di governo sembra aver generato confusione e distanza, non prossimità. Complice il fatto che a fare la differenza sia, di fatto, solo il Governo centrale, con scelte che spesso fannostorcere il naso a imprese e cittadini.

I divari territoriali mai colmati

Uno degli obiettivi principali della regionalizzazione era la riduzione del divario economico tra Nord e Sud. I dati raccontano un fallimento completo: il divario tra Nord e Sud Italia nel 1860 era del 10-15%, oggi è arrivato al 45%.Nei primi vent’anni dopo la Seconda Guerra Mondiale, con un sistema centralizzato, si era registrata una riduzione di sei punti percentuali, risultato mai più nemmeno avvicinato.

Le uniche eccezioni positive riguardano piccole realtà come Trentino, Valle d’Aosta, Abruzzo e Basilicata, ma i fattori determinanti sono stati eventi specifici (diffusione dello sci, scoperta del petrolio) più che l’efficacia della governance regionale. Al contrario, i momenti di maggiore progresso economico italiano sono storicamente coincisi con fasi di maggiore centralismo, dall’industrializzazione al boom economico.

Verso una riforma necessaria

La consapevolezza del fallimento è ormai diffusa e trasversale. Anche personalità politiche che in passato avevano sostenuto il regionalismo oggi ne riconoscono i limiti. La razionalizzazione del sistema regionale appare inevitabile, partendo dal ritorno allo Stato centrale di competenze fondamentali come sanità e formazione professionale.

Parallelamente, va ripensato il meccanismo della gestione dei fondi pubblici regionali, che pur rappresentando uno strumento teoricamente efficace per la distribuzione territoriale dei fondi, ha mostrato limiti evidenti nella capacità di garantire l’effettivo utilizzo delle risorse e il raggiungimento degli obiettivi. Serve maggiore coordinamento nazionale, criteri oggettivi di valutazione dei risultati e una drastica riduzione delle società partecipate regionali, autentici carrozzoni mangiasoldi. Con l’intento invece di aumentare le misure realmente utili a chi fa impresa, per agevolare le realtà che creano ricchezza ad accedere a fondi e finanziamenti, anche privati.

Un bilancio impietoso

A 55 anni dall’istituzione operativa delle regioni ordinarie, il bilancio appare negativo su quasi tutti i fronti. Lungi dal rappresentare un avvicinamento tra istituzioni e cittadini, le regioni sembrano aver creato nuove oligarchie locali, amplificato le disuguaglianze e frammentato servizi essenziali che richiederebbero coordinamento nazionale. Il dibattito sulla loro utilità non è più una provocazione, ma una necessità democratica ed economica per un Paese che non può più permettersi inefficienze strutturali.


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