«Non importa di che colore sia il gatto, l’importante è che prenda i topi»

(Mao Zedong)

«…Perché quando finisco di dire quel che devo dire, ho finito anche di parlare».

(Giovanni Giolitti)

Dopo l’ubriacatura di queste feste, spesso alla lettera, ma più frequentemente con cibo, oltre che libagioni, urla, strepiti e botti (come in una guerra non dichiarata che a me, che sono anziana, fa subito venire in mente Beirut), dopo divertimenti e vacanze trascorse veramente, ma più spesso sognate, al tepore del clima caldo dei Caraibi o dell’Africa australe, tornare a volare basso, o meglio coi piedi per terra, appare doveroso, se non opportuno.

E la realtà, a cominciamento d’anno, ci presenta il conto.

Un conto salato.

È già esecutiva la legge di bilancio approvata, al cardiopalmo, quasi a rischio di esercizio provvisorio, da un parlamento svuotato di ogni dignità, che non ha discusso di alcun punto della manovra, avendo semplicemente votato la questione di fiducia presentata dal governo. E non è questo certamente, il primo anno che accade.

Con la stessa fretta e furia, il capo dello stato ha promulgato la legge, che la Gazzetta ufficiale ha poi pubblicato.

Cosa fatta capo ha, ed è vero, ci mancherebbe.

Com’è vero che è inutile ricordare che il nostro presidente del consiglio (rigorosamente al maschile) quando era all’opposizione, giustamente, tuonava contro l’orrenda prassi di un parlamento prono al governo, pronto a votarne la fiducia e a non discutere di nulla, come una squalificata manovalanza delle istituzioni.

In questa sede non mi metterò a discutere dei dettagli più intricati della manovra.

Ma su due punti, proprio non posso esimermi.

Il primo: tassa di due euro sui pacchi di provenienza extra EU, di valore inferiore ai 150 euro, che necessitino di adempimenti doganali.

In pratica, se acquisto da un venditore cinese un prodotto che vale pochi euro, ne devo pagare due in più. Se acquisto invece per 1000 euro, i due euro non li pago. Sembra quasi incredibile, ma ha tutta l’aria di essere una tassa sulla povertà.

Probabilmente ci costerà una censura UE, ma tant’è, procedure d’infrazione in corso a carico dell’Italia sono cose che non ci facciamo mancare mai, tanto chi paga siamo sempre noi contribuenti.

Il secondo: le accise sul gasolio.

Sulle accise, dette anche imposte di fabbricazione, la Giorgia nazionale ci ha fatto la campagna elettorale. E gli italiani (assai meno della metà, a dirla tutta) le hanno creduto.

E invece, anche in questo caso, niente.

Vero è che 4,05 centesimi di euro al litro sono l’aumento per il diesel, con speculare riduzione per l’accisa sulla benzina. E io ringrazio la Meloni perché giro con la verde.

Ma, a parte il fatto che gli esperti temono che la riduzione dell’accisa sulla benzina venga (come già a maggio scorso) vanificata con aumenti del prezzo alla pompa (attribuiti a presunti nuovi costi di produzione), la cosa tragica sulla quale riflettere è che la gran parte del trasporto merci nel nostro Paese avviene su gomma, ovvero i TIR, che, guarda caso, vanno a diesel.

Quindi aumenterà il prezzo al consumo praticamente di tutte le merci, a cominciare dai generi alimentari.

Ciò che produrrà inflazione e ulteriore impoverimento delle famiglie, specie di quelle dei lavoratori dipendenti e pensionati.

Su questo rincaro dei prezzi si scaricherà anche l’aumento dei pedaggi autostradali, come da sentenza di ottobre scorso della Corte Costituzionale che però aveva indicato come implementarlo correttamente, senza ricadute negative sui consumatori, ma garantendo, comunque, la sicurezza della struttura autostradale e della sua manutenzione ordinaria.

Il mondo anglosassone usa una bella espressione per definire l’inflazione, ovvero “taxation without law”, ovvero una tassa che nessuna legge ha introdotto. Una specie di tassa indiretta, e proprio per questo, ancora più subdola, giacché nessuna autorità politica ne risponde assumendosene la responsabilità di averla voluta.

Quindi, nel 2026, aspettiamoci la crescita dell’inflazione, ovvero l’aumento dei prezzi e la diminuzione del potere d’acquisto della moneta.

Aspettiamoci che aumentino i prezzi delle derrate alimentari, quello che i giornali chiamano, con sintagma efficace, il carrello della spesa.

Aspettiamoci che chi può, (ovvero gli imprenditori e i liberi professionisti), si difenda aumentando i prezzi dei beni e servizi che produce.

Ciò che farà aumentare ulteriormente l’inflazione.

Chi rimarrà col cerino in mano saranno, al solito, i percettori di redditi fissi, specie quelli, e sono la maggioranza, medio-bassi.

Ecco spiegato perché si tratta, anche in questo caso, di tasse sui poveri.

Insomma, siamo nella foresta di Nottingham. E Robin Hood è impazzito.


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