Mentre si avvicina la fine dell’anno, una riflessione sulle domande dei bimbi, e non solo dei bimbi…

 

“Vivi le domande ora. Forse poi, in qualche giorno lontano nel futuro, inizierai gradualmente, senza neppure accorgertene, a vivere a tuo modo nella risposta”.

(Rainer Maria Rilke)

 

Le parole di Rilke introducono molto bene il tema che oggi cerchiamo di sviluppare brevemente e diviene anche monito a non rimanere seduti davanti al proprio pc a pensare, ma a vivere quelle domande che sempre emergono a volte silenziosamente, altre volte come se fossero un tuono assordante.

Il titolo proposto sembra dividersi in due parti, sembra guardare due prospettive, ma in verità queste due prospettive non sono due parallele che non si incontrano mai, ma due linee che si toccano e si incrociano.

Tempo di domande: è il tempo vissuto da tutti nel periodo tra l’infanzia e la preadolescenza, volendo cercare, capire e carpire la logica di tutto ciò che si ha intorno per paura di perdersi tutto e subito. Un aiuto potrebbe essere la letteratura, il cui fine – come dice il professore e scrittore Alessandro d’Avenia – non è fare interrogazioni, ma generare interrogativi.

Domande del tempo: sono quegli interrogativi forti e veri che la vita riserva e che fa entrare a volte con i piedi delicati, altre volte come macigni in momenti meno opportuni.

Come si è detto, queste due parti di titolo si toccano e si incrociano: nel tempo delle domande emergono del domande del tempo, ma è anche vero che nelle domande del tempo si rileva il tempo delle domande, tempo che non va soffocato con il cuscino dei pensieri e delle emozioni, ma fatto emergere come se fosse un fiore.

Rilke invitava a vivere le domande, cioè a scoprirle, a farle emergere, ad amarle ed ad odiarle al tempo stesso. Poi aggiunge un avverbio di tempo: ora. Non domani, ma ora!

Alcuni potrebbero obbiettare dicendo: “Ma io ora ho da fare o devo andare o ancora non mi posso fermare proprio”. No ora! Prima che sia troppo tardi!

Ma qualcuno potrebbe ancora dire: “Io mi sono posto la domanda “perché?” e la risposta dov’è?”.

Il perché, d’altronde, è anche la domanda dei bambini e dei giovani, che non si accontentano tanto di sapere come va il mondo, ma perché il mondo, passando sporadicamente al fine di tutto, al fine di tutti.

Ed è qui che Rilke rifà sentire la sua voce, quando scrive: “Tu sei così giovane, così al di qua di ogni inizio, e io ti vorrei pregare quanto posso di aver pazienza verso quanto non è ancora risolto nel tuo cuore, e tentare di avere care le domande stesse come stanze serrate e libri scritti in una lingua molto straniera. Non cercare ora risposte che non possono venirti date perché non le potresti vivere. E di questo si tratta: di vivere tutto”. Poi conclude: “Forse ti avvicinerai così, a poco a poco, senza avvertirlo, a vivere un giorno lontano, la risposta”.

È solo vivendo le domande che sorgono le risposte. È solo facendo crescere lo stelo delle domande che inizia a sbocciare la corolla delle risposte.

Lo scrittore austriaco però aggiunge: senza avvertirlo. Si potrebbe dire in altri termini “ex abrupto”, all’improvviso.

Qualche volta è necessario ritrovare lo stupore dell’infanzia, con gli occhi spalancati per la meraviglia e con l’instancabile fiorire delle domande. È necessario ritornare al tempo delle domande non per ricascarci dentro, ma affinché l’infanzia possa camminare davanti e indirizzare ancora come allora.

Ne sanno qualcosa i genitori e gli educatori con gli insaziabili «perché?» dei loro ragazzi.

Si potrebbe concludere ricorrendo a quello straordinario compagno di viaggio dei bambini che è stato Gianni Rodari (1920-1980), con questo suo elogio del punto di domanda, il segno grafico più tipico di chi si apre alla vita:

C’era una volta un punto

interrogativo, un grande curiosone

con un solo ricciolone,

che faceva domande

a tutte le persone,

e se la risposta

non era quella giusta

sventolava il suo ricciolo

come una frusta.

Agli esami fu messo

in fondo a un problema

così complicato

che nessuno trovò il risultato.

Il poveretto, che

di cuore non era cattivo,

diventò per il rimorso

un punto esclamativo.