Il grido di papa Francesco, il summit del 10 e 11 novembre, gli scenari possibili…

“L’umanità rischia il suicidio!”: è il grido di Papa Francesco durante la sua visita, nella prima mattinata del 30 ottobre scorso, alla sede del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Il riferimento è alla minaccia delle armi nucleari. Contemporaneamente il direttore della Sala Stampa vaticana, Greg Burke, ha reso noto che si svolgerà il 10 e l’11 novembre prossimi nell’Aula Nuova del Sinodo in Vaticano un importante convegno dal titolo: “”Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale””. Parteciperanno undici premi Nobel per la pace; ci sarà inoltre Izumi Nakamitsu, alto rappresentante Onu per il Disarmo, Rose Gottemoeller, vice segretario generale della Nato, rappresentanti dei Paesi coinvolti nella crisi orientale, fra cui Stati Uniti, Corea del Sud e Russia. A parlare in rappresentanza di tutte le vittime di armi atomiche sarà la giapponese Masako Wada, una delle ultime superstiti di Hiroshima: il suo sarà certamente l’intervento più emotivo del summit. Wada racconterà il dolore che ha accompagnato l’esistenza di chi è sopravvissuto al fungo atomico, e ha dovuto fare i conti per tutto il resto della vita con le conseguenze dell’esplosione. Prenderanno parte al vertice anche tutti i firmatari del trattato sul bando delle armi nucleari firmato all’Onu da ben 122 Paesi nel luglio scorso, dopo anni di negoziazioni. Gli ospiti saranno accolti da Bergoglio, dal quale ci si aspetta molto di più che un appello a fermare la corsa al nucleare.

L’esternazione di papa Francesco, con l’annuncio del convegno vaticano, fatta rimbalzare da Radio Vaticana, ha messo in fibrillazione le redazioni giornalistiche di mezzo mondo che, come un tam tam,  hanno collegato l’evento con la crisi nucleare di questi giorni tra USA e Corea del Nord. A tutto questo occorre aggiungere il viaggio del Pontefice in Myanmar e Bangladesh, dal 26 novembre al 2 dicembre, dove la crisi nord-coreana avrà un’importanza costante, e il viaggio di Trump in Asia. Purtroppo le cronache correnti ci mandano segnali di una possibile escalation di tensione, visto il dispiegamento nell’Oceano Pacifico di tre portaerei: Uss Nimitz, Uss Reagan e Uss Theodore Roosevelt, scortate ciascuna dai rispettivi gruppi di combattimento. “La manovra, più che una minaccia, è una dimostrazione”, ha affermato Dana White, portavoce del Pentagono, “che possiamo fare qualcosa che nessuno oltre a noi può fare”. Intanto la Corea del Nord, da vari mesi ha riavviato la produzione del plutonio per bombe nucleari ed è dell’altro giorno la sconcertante notizia del crollo di un tunnel con centinaia di morti, tutti operai impiegati in un folle progetto nuclerare.

Tornando a Bergoglio, contro certe derive interpretative del vertice vaticano, prontamente è intervenuto il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Greg Burke: “Non è una mediazione in merito alla crisi USA-Corea del Nord, non è neanche un summit, è un convegno di alto livello sul disarmo nucleare”. Una sottolineatura più che doverosa, anche perché, quando nel 2014 papa Francesco visitò la Corea del Sud, Pyongyang accolse l’arrivo del volo papale lanciando tre razzi nel mare del Giappone.

Comunque, spiega l’arcivescovo Silvano Tomasi, delegato del Papa sulle politiche del disarmo nucleare: “La preparazione di questa iniziativa è anteriore a che i titoli dei giornali si concentrassero sulla Corea del Nord, ma è evidente che ora siamo di fronte al rischio reale di uso dell’atomica. Dunque, il lavorare perché la sicurezza venga garantita non da armi di distruzione di massa, ma dal fatto che nessuno abbia la possibilità di usarle, si è fatto più urgente”.

La minaccia nucleare e il commercio delle armi sono temi portanti del pontificato di Bergoglio, che ha più volte denunciato i pericoli della “terza guerra mondiale in corso combattuta a pezzi”. Purtroppo gli odierni drammatici conflitti sono asimmetrici, senza una contrapposizione precisa di eserciti o schieramenti di forze.

Jacques Attali, in “Economie de l’Apocalypse”, denunciava il traffico e la proliferazione del nucleare nel mondo post–1989: “L’uso di tali armi è divenuto più probabile che mai: dei fanatici non temono di morire per la loro causa; dei narcotrafficanti non hanno frontiere da difendere. Contro tutti costoro i princìpi classici della dissuasione nucleare, basati sul timore della rappresaglia, non fanno presa”. La guerra quindi è possibile. Tutti la possono fare, anche le mafie o i terroristi. È uno scenario molto diverso da quello del classico confronto tra potenze.

Qui il commercio delle armi che alimenta i conflitti conduce, nella migliore delle ipotesi, a migrazioni forzate e a immani sofferenze, poiché grandi quantità di risorse sono destinate a scopi militari e sottratte alle esigenze quotidiane dei giovani, delle famiglie in difficoltà, degli anziani, dei malati, della grande maggioranza degli abitanti del mondo. Nel peggiore dei casi può portare alla morte di molti, se non addirittura di tutti.

La distanza tra l’utopia e la “realpolitik” pone i governanti delle nazioni di fronte a un’ardua sfida: una contestuale e verificabile distruzione dell’arma nucleare. Proposta che ancora non trova nessun paese disponibile. Liberare il mondo dal “fungo” atomico, nonostante appaia ancora una meta lontana, è sempre possibile. A patto che, pur contrastata da tanti che nelle difficoltà si voltano indietro, sognando sicurezze che non ci sono più, la politica non diventi imprenditoria del malessere!