
Cosa prova un genitore davanti a un corpo che non sorriderà mai più?
Accade di notte. Tutto tace. Lo schiamazzo delle voci rimbomba come corde di violino, scordate. Sullo sfondo bagliori di luce delle bombe che esplodono sulla terra non molto lontana dal bagnasciuga che bagna di acqua fredda i piedi di chi corre e fugge da quella luce. Si spingono l’uno contro l’altro, cercando il prima possibile di trovare un ‘posticino’ su cui sedersi.
Uomini, ragazzi, donne: alcune in dolce attesa, alcune strette alla mano del proprio piccolo per non lasciarlo solo, per non perderlo, per poter offrire lui un futuro lontano dalla fame, dalla guerra, dalla paura. Salgono in punta di piedi, in preda alla disperazione. In preda alla miscela di terrore e di speranza. Trattati tutti come animali da portare nello zoo.
Ognuno si sente in gabbia, intrappolato in un desiderio di essere libero, di riprendersi la propria libertà di essere uomo, di potersi spogliare dei vestiti ormai fracidi di violenza, schiavitù e dipendenza. Tutti ci credono. Credono che l’acqua del mare, di lì a poco, possa diventare la via più breve per la purificazione del loro animo angosciato e terrificato. In quel momento ognuno di essi rappresenta un numero ed equivale ad un prezzo. Proprio come gli animali sono marchiati e sono merce di scambio su cui guadagnare un sacco di soldi. Ci vogliono mesi per ogni persona che decide di imbarcarsi per risparmiare la somma da versare ai trafficanti. Soddisfatti, loro incassano non curanti delle condizioni in cui viaggeranno, anzi più si è meglio è.
Nessuno porta con sé trolley con cambi giornalieri. Nessuno porta con sé portafogli con banconote e carte di credito. Indossano solo un abito e un paio di scarpe, forse un cellulare che non è un lusso, anzi l’unico strumento per dar voce ad una speranza che forse diventerà realtà.
Il viaggio inizia nel gelido mare che a volte ripaga il desiderio di trovare una nuova vita con onde delicate in cui navigare il più velocemente possibile per non essere scoperti e per poter approdare sulla nuova terra. A volte è minaccioso sotto diluvi che sembrano dipingere lacrime di sofferenza di cui tutti sono bagnati. Il viaggio è lungo e ogni minuto che passa è una preghiera invocata per la salvezza.
Le mamme si stringono forti attorno ai corpi dei loro piccoli per cercare il più possibile di tenerli sicuri. Forse molti piangono ininterrottamente a causa della fame, del freddo, della paura, riscaldati e protetti solo dagli abbracci e dai baci della figura materna
Anche la loro dignità, il loro diritto ad essere un bambino viene annientato. Verrà raccontato loro che si tratta di un viaggio della speranza perché i genitori sognano per lui un futuro di sorrisi, un futuro di sicurezze, un futuro sereno che li abbia come protagonisti di un capitolo nuovo del libro della loro vita. Lontano dalla schiavitù e dalla miseria, un futuro che faccia rischiarire quel velo di tristezza che ormai è steso sui loro occhi. La gioia più grande per un genitore è guardare il proprio figlio potersi muovere liberamente, giocare con i fili dell’erba dei parchi, passeggiare mano nella mano, condividere e dividere le pietanze seduti ad un tavolo, accompagnarli a scuola. Le gioie più semplici, ma anche le più ambite, soprattutto per coloro i quali vivendo in situazioni di guerra e miseria non riescono a trovare gioia in nessun passo perché tutto è controllato e tutto è contaminato da violenza e crudeltà.
Ma a volte tutto questo svanisce.
Svanisce quando il viaggio della speranza si tramuta in pochi secondi nel viaggio della morte, e ahimè essa non guarda in faccia nessuno. Cattura e porta via. Sì, anche loro. I piccoli corpicini e i loro sogni di bambini. Li porta via il mare così rasserenante quando nei giorni d’estate si sta ad ascoltarlo. Chissà quanto rumore fa, invece, nella mente delle madri quando travolge i loro angeli e non li riporta più accanto ad esse.
Immagino, ma non posso comprendere. L’urlo straziante di quegli occhi che vedono. Le mani tese fino a farsi male impotenti. Il cuore accelerato, in corsa verso la disperazione. Corpi in mare che nessuno può salvare. Nei migliori dei casi si adagiano sulla battigia.
Ferme, impietrite dinnanzi ad un corpo che non sorride e che non sorriderà più, ci sono loro, le madri. Un dolore pungente che soffoca cuore e mente, che uccide tutti i sogni coltivati. Anzi, sogni neppur seminati perché il mare li ha irrigati troppo velocemente senza farli crescere, spegnendoli ancor prima che potessero prender forma.
E quando invece i corpi vengono risucchiati ? Ancor più terrificante.
Sfido qualsiasi genitore a non gettarsi in acqua per cercare di afferrare quelle piccole mani che senza voce imprecano aiuto. Un genitore rinuncerebbe alla sua di vita pur di far continuare quella del figlio e sentirsi inutili e impotenti dinnanzi ad un figlio che sta scomparendo è uno stato d’animo che nessuno può immaginare e nessuno può condividere.
Un genitore che forse porterà sempre con sé il senso di colpa di aver imbarcato il figlio su quella nave e di non essere stato in grado di accompagnarlo in quella nuova vita che tanto avevano sognato insieme.
Una nuova vita ci sarà per chi è sopravvissuto cercando di mantenere sempre vivo il ricordo di quanti, bambini e non, hanno perso la loro vita durante la traversata.
E io? Sogno anch’io. Sogno di poter solcare il mare per attraccare al porto della vita e della rinascita dell’umanità.























