Viaggio tra gli sfruttati nei ghetti della Puglia

 

Da Chiara Merli, volontaria nel Borgo di Mezzanone, riceviamo e pubblichiamo:

Violeta, Boshanka, Alì, Donka… Scrivere per non dimenticare… Kami, Ivan,Maria, Cuta, Gancho, Ibra, Isaqu, Aisha, Asifat… Scrivere per non dimenticare.

Un sole battente, una terra arida da calpestare, vento violento,tanta polvere da cui proteggersi, un silenzio da cui liberarsi.

È domenica 31 luglio, sono a Foggia con il mio ragazzo, salgo sull’autobus 24, destinazione Borgo Mezzanone.

Borgo Mezzanone è una piccola realtà costruita sull’arido entroterra pugliese a dieci chilometri da Foggia sotto il comune di Manfredonia; prende vita nel 1934 grazie alla bonifica e alla costruzione dell’acquedotto realizzato dal regime fascista e si sostiene con la coltivazione del territorio che lo circonda.

Il viaggio dura 20 minuti, sono circondata completamente da Africa… uomini del Senegal, Zambia, Nigeria, Mali, Siria, Etiopia sono in viaggio con noi; la vita da queste parti è dura e ciò si percepisce, prima ancora che dalle parole della gente, dalla terra secca, dal vento che soffia in questa zona, dal silenzio assordante che la circonda. Sono disorientata, la testa è piena di pensieri e cerco ordine puntando lo sguardo fuori dal finestrino… Oltre il vetro, un’immensa distesa di terra a tratti arata, a tratti verde di coltivazioni di pomodori e carote, a tratti bruciata dal sole e un grande silenzio percepibile anche solo con lo sguardo, un silenzio rotto solo dal vento che a volte si insinua tra le tegole dei ruderi che costeggiano e accompagnano il viaggio dell’autobus verso il borgo. Il mezzo si ferma. Una chiesa, un bar, un incrocio, un semaforo, un supermercato. Tutto questo poco è abitato da famiglie pugliesi, per lo più in condizioni economiche precarie; ciò che però rende particolare questa piccola Puglia, e motivo per cui sono arrivata fino a qua, è il fatto che queste famiglie si trovano a convivere con una realtà atipica rispetto a qualsiasi altro paesello italiano. A Borgo Mezzanone è infatti presente un CARA (centro di accoglienza per richiedenti asilo), meta di speranze per chi fugge dal proprio paese d’origine sporcato dalla fame, dalla guerra, dalla dittatura e si ritrova in cerca di una mano accogliente tesa verso di sè.

Scendo dall’autobus e per un attimo mi chiedo cosa sia venuta a fare io, qui, in questa terra muta.

A Borgo Mezzanone sono presenti i missionari scalabriniani, consacrati con il carisma dell’assistenza al migrante che operano quotidianamente per essere quella mano accogliente, offrendo loro occasioni per rimettersi in gioco in questa terra sconosciuta e organizzando campi di formazione e servizio rivolto ai ragazzi durante i mesi estivi. Quest’anno ho avuto l’immensa fortuna di poter partecipare ad una settimana di campo da loro organizzato e chiamato “IO CI STO”, per poter vedere con i miei occhi quegli occhi, poter ascoltare con le mie orecchie quelle lingue mai udite, sentire con il mio naso odori che non conoscevo, conoscere storie e studiare schiavitù che ignoravo. Sono occhi, voci e odori che parlano di un’Italia dimenticata, nascosta dall’indifferenza di chi pensa di aver già fatto tutto il possibile.

È difficile trovare il proprio posto in una realtà come questa e per farlo bisogna innanzitutto conoscerla togliendo filtri e pregiudizi che la società in cui viviamo tende ad innescare; per liberare la mente si può cominciare chiedendosi: chi è l’Altro? Qual è la sua storia? Che cosa si intende per giustizia? E per libertà? E ancora… Chi sono io? Chi è dei due lo straniero?

C’è stata offerta una settimana di tempo per iniziare ad esplorare questa terra, quest’Italia senza nome, e nel giro di poco i nostri occhi scoprono che a poco meno di mezz’ora di macchina da Borgo Mezzanone sorge il ghetto di Rignano; probabilmente la parola “ghetto” stona con la bella Italia di cui siamo abituati a parlare, forse ci ricorda solo qualche vecchio libro di storia, ma la stessa terra su cui noi italiani costruiamo ville e centri commerciali è la terra di chi prova a raccattare lamiere, pezzi di legno e plastica per costruirsi un riparo sotto la quale rifugiarsi dopo aver raccolto pomodori per dodici ore sotto il sole. Questo ghetto ospita circa ottocento migranti che si muovono da diverse parti d’Italia, d’Europa, del mondo per raccogliere il pomodoro pugliese che costituisce più del 35% della produzione di quello italiano. Questi braccianti non sono liberi lavoratori, ma sottomessi ad un fenomeno che rende questo paese terra di nuove schiavitù, il fenomeno del caporalato, forse conosciuto ma non abbastanza. Questa figura del tutto illegale, il caporale, si interpone tra il lavoratore e l’azienda agricola e organizza, gestisce e controlla il lavoro percependo parte della quota che spetterebbe al bracciante. Il lavoro che il migrante si trova a svolgere è a cottimo e vincolato da un contratto praticamente fasullo. Oggi in Italia ci sono migliaia di migranti che lavorano 10/12 ore al giorno per tre euro a cassone di pomodoro, un cassone che pesa tre quintali. Oggi. In Italia.

Vicino a Borgo Mezzanone sorge un altro ghetto, ancor più dimenticato da Dio e dagli uomini, è un ghetto di famiglie bulgare che si spostano dal loro paese d’origine per lavorare in Puglia la stagione del pomodoro, l’oro rosso, allo stesso prezzo, alle stesse condizioni. Zingari, come li chiamiamo noi. Mi è stato proposto assieme ad altri ragazzi del campo di fare animazione ai bambini di questo ghetto e senza troppe aspettative il pomeriggio del primo giorno il pulmino che ci accompagnava ci ha lasciato alle porte di questa bidonville. Attorno a noi l’assoluto silenzio. I primi passi dentro questo campo rom sono incerti e pieni di paura, ogni movimento solleva polvere, ogni folata di vento agita la spazzatura che circonda completamente quell’ammasso di vita in mezzo ad un campo. Cani randagi scorazzano da una baracca all’altra… un passo, un altro passo. Nonostante i nostri sguardi tradiscano disorientamento cerchiamo di mantere il sorriso e di salutare cortesemente gli abitanti che pian piano fanno capolino dalle lamiere e i primi bambini che spuntano fuori come topolini… Mille occhi pieni di vita ci assalgono e nel giro di pochi secondi ci ritroviamo tra le braccia bambini chi dalla carnagione olivastra e capelli neri, chi dalla pelle chiara con capelli ricci e biondi. “Kak se kazvash?”, queste sono tra le pochissime parole che abbiamo avuto il tempo di imparare: “Come ti chiami?” – “Ivan!”, risponde un tipetto di neanche dieci anni dall’aria furba che inizia a tirarci la maglietta; un bimbo di qualche anno ci viene incontro barcollando con un sorriso ancora un po’ sdentato e senza pantaloni, è sporco di fango, pieno di cicatrici e porta tra le mani un orecchino che guarda con occhi stupiti come se nascondesse un tesoro prezioso. Senza troppa organizzazione improvvisiamo qualche canzoncina che loro devono ripetere, alcuni di noi provano a farsi seguire mentre si coprono gli occhi urlando “1,2,3 per le vie di Roma!”, qualcun altro tira fuori una corda e, sollevando polvere e spazzatura, prova a far saltare qualche bambina con vestiti bucati e sporchi di fango. È buffo guardarci mentre cerchiamo di farci capire dai bimbi, mentre abbiamo chi un bambino sulle spalle, chi bambini piccoli tra le braccia, chi sta cercando di separarne due mentre si stanno graffiando o lanciando pietre.

Poi abbiamo trovato Alì… È un bimbo di dieci anni circa con due occhi grandi e profondi come la notte, un sorriso contagioso e vive nel campo rom in cui abbiamo fatto animazione; passa la sua giornata sotto il sole seduto su un sedile di un auto trovato tra la spazzatura che lo circonda e non può alzarsi, giocare a pallone o saltare la corda come gli altri bambini a causa di problemi di deambulazione che non gli consentono di muoversi. Ama disegnare e ride quando può scarabocchiarti un braccio con il pennarello, ma ha capito che la cosa che gli piace di più è poter giocare a calcio sulle spalle di Tommaso; da lassù il mondo sembra più grande, ci si sente giganti come montagne e veloci come saette. È difficile vedere tutto questo. Sono stati tanti i momenti in cui, pur avendo tra le braccia Kami che rideva, mi sono guardata intorno chiedendomi cosa fosse tutto questo, dove fossi, perché diavolo esista tutto ciò. Da educatrice mi sono chiesta: “Dove sono i bambini?”, da persona mi sono interrogata: “Dov’è l’uomo?”, da cristiana mi sono ammutolita davanti alla domanda: “Dov’è Dio?”

Voltare le spalle al ghetto è difficile, sono tanti i sensi di colpa che fanno perdere la parola mentre si cerca di staccare i bambini bulgari dal nostro furgoncino perchè è giunta l’ora di salutarsi; è impossibile rimanere impassibili a quelle poche parole italiane che alcuni piccoletti urlano,”tu domani qui!”, è difficile scrollarsi di dosso il senso di condanna che si avverte quando si pensa a loro, la tristezza sale nel sapere che probabilmente saranno gli zingari di domani che con la loro elemosina forse ci faranno tardare ad un appuntamento con un amico.

In una settimana c’è tempo sufficiente per accorgersi di quanto si è piccoli, di quanto le nostre azioni siano solo una piccola goccia nell’oceano, un oceano tanto grande per perdersi e chiedersi se ne vale veramente la pena. Dov’è questa giustizia? Dov’è questa libertà?

In una settimana c’è anche tempo per capire che, come dice Michele Illiceto un grande professore di antropologia teologica, ”la giustizia è dare all’altro ciò che è suo” e quindi c’è il tempo per provare a restituire qualcosa di ciò che è stato tolto a questi migranti.

In una settimana c’è tempo per capire che il sole scalda tutti allo stesso modo, che anche se proveniamo da storie e mondi diversi siamo tutti in cammino verso la stessa meta chiamata Felicità e che per giungerci è meglio stringersi un po’, ma arrivarci assieme. Il nostro cuore batte allo stesso ritmo e ci siamo guardati negli occhi capendo che l’altro è l’altra parte di me.

Violeta, Boshanka, Alì, Donka… Scrivere per non dimenticare… Kami, Ivan, Maria, Cuta, Gancho, Ibra, Isaqu, Aisha, Asifat… Scrivere per non dimenticare.


Articolo precedenteSchopenhauer e i 38 metodi per avere ragione nel dibattito sul referendum costituzionale
Articolo successivoSOGNI INFRANTI DAL MARE
Chi siamo? Gente assetata di conoscenza. La nostra sete affonda le radici nella propria terra, ma stende il proprio orizzonte oltre le Colonne d’Ercole.Perché Odysseo? Perché siamo stanchi dei luoghi comuni, di chi si piange addosso, di chi dice che tanto non succede mai niente.Come? I nostri “marinai/autori” sono viaggiatori. Navigano in internet ed esplorano il mondo. Sono navigatori d’esperienza ed esperti navigatori. Non ci parlano degli USA, della Cina, dell’Europa che hanno imparato dai libri. Ci parlano dell’Europa, della Cina, degli USA in cui vivono. Ci portano la loro esperienza e la loro professionalità. Sono espressioni d’eccellenza del nostro territorio e lo interconnettono con il mondo.A chi ci rivolgiamo? Ci interessa tutto ciò che è scoperta. Ciò che ci parla dell’uomo e della sua terra. I nostri lettori sono persone curiose, proprio come noi. Pensano positivo e agiscono come pensano.Amano la loro terra, ma non la vivono come una prigione.Amano la loro terra, ma preferiscono quella di Nessuno, che l’Ulisse di Saba insegna a solcare…