Il dovere di seminare speranza

Correre una maratona in giardino, su un marciapiedi di mezzo metro, rasente alle mura di casa.

Correre non essendo preparato, avendo ripreso da poco gli allenamenti, subito bruscamente interrotti, causa Covid 19, dopo 6 mesi di infortunio al ginocchio sinistro.

Correre su un circuito di poco più di 40 metri, per circa mille giri, con 4000 curve ad angolo retto: l’ideale per massacrare articolazioni sane, figuriamoci le mie, specie se non puoi invertire il giro proprio per il suddetto ginocchio sinistro che – nota bene – al quarto chilometro già cede, ti blocca con una fitta di dolore e non sai se potrai più camminare, altro che maratona!

Correre e portare a termine i 42,195 metri in 6h46’, col gps che rilevava per difetto e ti ha così costretto ad allungare il percorso (il podometro ha registrato 63000 passi…).

Correre e sapere che qualcuno ti starà dicendo: “Chi te lo fa fare?”, “Così pensi di cambiare il mondo”, “Hai la capa fresca”, “Sei un incosciente, un privilegiato, pensa a chi non sta bene!”, “Rischi pure di prendere una storta e finire in ospedale: allora ti sentiresti un pezzo di melma…”.

Già. Proprio così. Un pazzo, un irresponsabile, un narciso, un sognatore. Un megalomane.

Eppure c’è un oppure. C’è sempre un oppure. Perché la realtà è ambivalente e non si riesce mai a mettere tutti d’accordo: ognuno la legge come può e vuole.

Si può correre per incoscienza, per dipendenza da endorfine, per narcisismo e mania di protagonismo. Oppure no.

Oppure si può correre perché non ci si arrende. Perché si avverte il dovere di seminare speranza. Perché si crede nel potere dei segni. Perché si vuole attivare una catena di solidarietà.

Si può correre per chi non ce l’ha fatta e per i suoi cari che lo piangono. Per chi sta lottando e per chi se ne prende cura. Per le sirene spiegate che per tre volte senti riecheggiare mentre porti avanti la tua fatica. Per i due amici a cui hai dedicato questa gara: Vincenzo, strappatoci 10 giorni fa, e poi lei, l’amica che non vuol essere nominata, ma che sta correndo la maratona più difficile, e tu ti senti piccolo piccolo…

Si può correre con centinaia di amici del Club Super Marathon Italia che stanno facendo la stessa cosa, ora, insieme a te, sulle terrazze, nei garages o nei salotti delle loro case.

Si può correre con gli amici di sempre, i “Festaioli”, che non sai quando rivedrai. Ma che sono qui con te: e dentro di te.

Si può correre con chi non ha mai corso, ma che oggi mette le scarpette di ginnastica e posta video dal suo balcone per non farti sentire solo.

Si può correre per chi ti ama e tu ami. Ma anche per chi non ti conosce né capisce.

Si può correre per Milano, perché il 5 aprile ci sarebbe stata la maratona di Milano e noi del Club Supermarathon abbiamo voluto lanciare la “Milano Resisti Marathon” e oggi siamo tutti di Milano: anch’io, terrone che ora vive e lavora al Nord.

Si può correre per seminare resilienza.

Oppure no.

Oppure sì. Ineme.

A ognuno la sua scelta.


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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...