… Un capro espiatorio è sempre dietro l’angolo

Forte, soffia il vento. Maestrale. È autunno da oltre un mese, non certo estate. Il clima, poi, per opera dello Spirito Santo sta cambiando. In peggio. Fischiano le orecchie. I cappelli dei vecchi saltellano a più riprese, e loro a rincorrerli. Prendono il volo buste di plastica azzurra lasciate in libertà da chi ama la vita all’aria aperta. Nugoli di micidiali polveri sottili danzano allegramente assieme a mucchi di foglie accartocciate. E… un albero si accascia al suolo.

Era ammalato da tempo. Nessuno si era mai preso cura di lui.  Da giorni si lamentava. Neanche una pia anima, una crocerossina, una onlus della salute ne raccoglieva gli spasmi e le sofferenze.

Sicuro, non pagava mica tangenti, né oleava la ruota del consenso. Non strizzava l’occhio all’industria dei condizionatori e dei termosifoni, anzi, da piccolo artigiano mitigava le estati roventi e gli inverni inclementi. Né alimentava la paura nella gente, per lui bianchi, neri, meticci o gialli non faceva differenza.

Schianto. Angosciante. Le palpebre della sua folta chioma pietosamente nasconderanno per sempre ai verdi occhi l’azzurro del cielo ed le eteree nuvole vagabonde, amanti della libertà e delle altezze immacolate.

Il fragoroso strepito allerta la gente dei falansteri. Si precipita alle finestre, irrompe sui balconi, scende precipitosa per strada.  Sul posto della verde vittima arriva di corsa col fiato alla gola, un uomo, corpulento, caracollante, calvo. Come tanti. Nuova anatomia antropologica, che comincia a far vittime anche fra le donne.

Prende fiato e… sbercia, gracchiando sguaiatamente, alla vista della sua vettura rimasta schiacciata, ormai ridotta ad un cumulo di contorte lamiere. Gongolano, invece, di gioia i proprietari delle macchine che non hanno subito un graffio. Le accarezzano con sensualità, sporcandosi le mani di un mix di polvere e gas incombusti.

Smartphone prontamente in azione, accorre subitanea, la polizia urbana. Si precipita sul luogo della sciagura, una pala gommata e con quattro manovre abbandona su un marciapiede, momentaneo obitorio, l’irresponsabile albero, da poco spirato.

Una teoria di macchine ai posti di blocco. Repentinamente sgomma con irruente spavalderia, la prima ad un tiro di cerbottana dalla vittima accasciatasi. Lei, assemblaggio di metalli, plastiche e vetri, priva di coscienza, come tanti umani, non si rende conto di essere in qualche modo responsabile dell’accaduto, per il nefasto contributo che fornisce a piene mani assieme all’allevamento degli animali al cambiamento del clima.

Nessuno piange per la dipartita, anzi per la prematura morte dell’albero, creatura vivente, miracolo in un universo incandescente o freddo. Neanche un fiore viene deposto sul suo corpo straziato, né si provvederà a compilare necrologi o a porgere condoglianze ai congiunti più vicini. Se ci sei (umanità), fai un fischio!

Neanche un uccello ne lamenta l’immatura scomparsa. Ormai, i volatili, quelli che un tempo disegnavano stupefacenti ghirigori nella tersa aria cinerina o azzurro cobalto e intonavano musiche soavi, ora intasano vuotamente, come illustrazioni colorate, i libri di scuola elementare.

In compenso, le città pullulano di colombi che beccano ingordamente avvelenanti cibi industriali e tubano freneticamente, mentre satolli gabbiani di ritorno dalle discariche raggiungono i parenti legati alle vecchie tradizioni che si dannano l’anima nel catturare un pesciolino tra maleodoranti onde iridescenti, chiazzate di bollose schiume color ocra.

Solo i poeti, i bambini e gli adulti che continuano a cullare dolcemente una visione e credere in una missione, sono capaci di emozionarsi davanti ad un albero che soccombe miseramente. “La quercia caduta” di Giovanni Pascoli affiora subito con sinapsi impreviste da remote aree neuronali:

“Dov’era l’ombra, or sé la quercia spande

morta, né più coi turbini tenzona.

La gente dice: Or vedo: era pur grande!

Pendono qua e là dalla corona

i nidietti della primavera.

Dice la gente: Or vedo: era pur buona!

Ognuno loda, ognuno taglia. A sera

ognuno col suo grave fascio va.

Nell’aria, un pianto… d’una capinera

che cerca il nido che non troverà.”

Nessuno alza il dito per dire: “Sono il responsabile dello schianto dell’albero! Mi dimetto. Chiedo scusa, non avverrà più.” Non c’è mica una poltrona in arrivo, né avanzamenti di carriera, né denaro! All’unisono, la pletora dei governanti e governati, gravidi di cultura e saggezza come donne al nono mese: “Colpa del vento.”

Il dubbio, la riflessione, l’onestà intellettuale? Rudimentali attrezzi di qualche panda del pensiero e del cuore, finiti miseramente in soffitta, fra le tante cianfrusaglie arrugginite! C’è poi anche il rischio che le ernie siano in agguato, e quella al cervello potrebbe essere devastante. Con l’inefficienza della sanità, poi, che non ha quattrini per l’autismo, l’Alzheimer, Parkinson e cancro ci sarebbe ben poco da sperare.

Un capro espiatorio, perciò, è sempre dietro l’angolo per tutte le sciagure causate dall’uomo. La moria degli ulivi nel Salento? La “Xylella!” gridano a gran voce le multinazionali dei pesticidi, i politici asserviti e la corte dei pennivendoli prezzolati.

Di chi è la colpa dell’insicurezza nelle città? “Dei migranti”, viene urlato da chi cerca il consenso del popolo, implementandone di proposito la paura, mentre continua a saccheggiare, razziare ed vendere armi nelle contrade dell’esodo.

Di cure abbisognano, uomini, animali e piante? Ma sono così illusi da poterle ricevere da una società individualista, utilitarista ed edonista? Gli occhi ormai brillano solo per il colore verde dei dollari, degli euro di taglia cento e per le impennate della partecipazioni azionarie.

Il rispetto della vita, valore fondante di una comunità, viene preso in considerazione solo se si è coinvolti personalmente o vi è incappato qualche membro della cara famiglia o servile tribù. I diseredati, i derelitti soccombono. Sempre. Chi vuoi che si interessi dei disoccupati, dei disabili, degli ammalati, dei vecchi, delle persone sole, degli zingari, dei drogati, delle stuprate, dei migranti!?  Per fare share, rivolgendosi subdolamente alla pancia, vedi il caso della povera Desirée, si accendono tutti i riflettori che quando era in vita, si fa per dire, illuminavano vip di piccola media, grande tacca e fatti insignificanti.

Se possiedi un cane, un gatto, un cavallo dal pedigree eccellente, gli saranno riservati tutti i confort, il cibo sarà di eccellente qualità, e cliniche, che si avvalgono di luminaria della veterinaria, accorreranno al suo capezzale, alla bisogna. Altrimenti, torture nelle stalle e sofferenze nei macelli. Della carne non si può fare a meno sentenziano, i soloni affetti da scientismo, genuflessi davanti ad ogni forma di potere, anelanti ad un considerevole conto in banca.

Se tu, pino, cipresso, abete, quercia, albero di giuda hai la fortuna di essere piantumato in un parco o giardino privato, godrai di agi e saranno scomodati i più illustri esperti del verde, in caso di necessità. E quanti apprezzamenti riceverai all’arrivo di illustri ospiti. Tutti elogeranno la tua energia, lo smagliante colore, i fiori, i frutti, i deliziosi profumi.

Ma che sorte può capitare ad alberi messi a dimora in città pianificate per gli interessi della rendita fondiaria, dei palazzinari, di politicanti da strapazzo e tecnici famelici? Se ne prendono cura agroecologi ed architetti paesaggisti? Neanche ad agronomi viene affidato il servizio. Basta un perito agrario o un geometra.

È sufficiente per il fabbisogno idrico e per la respirazione, quel francobollo di pochi centimetri quadrati lasciato alla base del tronco? Le serpeggianti radici non corrono forse per decine di metri sotto il manto stradale alla vana ricerca di aria, acqua, micronutrienti e microrganismi? Non si imbattono forse in liquami di fogne crivellate dall’usura e in scarichi di automobili? In che cosa consiste la loro alimentazione? Avete mai visto un’autopompa irrorante concime fogliare? Fanno bene alla loro salute l’inquinamento, i pesticidi ed i diserbanti? Quando e come avviene la potatura? Che competenze possiede chi esegue un’arte un tempo gelosamente tramandata di padre i figlio? Il terreno viene lavorato? Perché gli alberi della campagna non cadono? È giusto piantare in città olmi che scatenano marciapiedi e smantellano asfalto o cubetti di porfido? Non boccheggiano forse ad agosto i tigli messi a dimora nelle assolate vie del Sud? Perché ci si dimentica degli umili oleandri, che tanto colore darebbero alle grigie periferie? Quanti, davanti a una nuvola così fitta di interrogativi alzano il sopracciglio all’occorrenza?

Come per gli uomini prendono il sopravvento malattie devastanti, cancro, diabete, patologie autoimmuni, cardiopatie, quando si indebolisce il sistema immunitario, per una carente e squilibrata alimentazione, per rapporti sociali conflittuali, per un sistema di vita sedentario, così è anche per gli alberi, e un vento di tramontana o un maestrale più impetuoso del solito li stronca.

È vero che gli alberi mitigano le estati afose e rigidi inverni, offrono ombra nelle belle giornate assolate, adornano le città, però, siccome creano tanti problemi con la caduta ed il turbinio di foglie secche che intasano tombini, tagliamoli tutti, e la facciamo finita una volta per sempre! Non ne sentiremo quasi per niente la mancanza!


Articolo precedenteNasce la Fondazione Pugliese per le Neurodiversità
Articolo successivoLa schiavitù di ieri e di oggi
Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani. Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola. Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola. Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle. Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.