Educare al silenzio, godendosi, appieno, la bellezza della libertà

Non conoscevo Sergio Bambarén, ad attrarmi furono le semplici e azzurre copertine sugli scaffali di una libreria. Se non mi fossi trovato nel reparto “etica ambientale”, avrei erroneamente dedotto che si trattasse di letture per bambini. In fondo, qualcosa di retroattivo in Bambarén c’è. Avventurandosi tra le sue pagine, ti si dipana davanti un paesaggio incontaminato, ti senti purificato dalle scorie di una vita lontana a cui, però, senti, in qualche modo, di appartenere. Una sorta di contraddizione, un amarcord che diviene esperienza avveniristica, scoprire e riscoprirsi viaggiando, per assaporare nuovamente l’essenza fetale della vita, il gusto del provarci senza affanni, utilizzando il tempo come strumento gestibile e plasmabile a seconda delle proprie esigenze.

“La fretta è del diavolo, la lentezza è di Dio”, recita un antico proverbio persiano, e Sergio Bambarén ha fatto suo questo dogma fin dalla tenera età. Nato in Perù, ma emigrato in Australia prima e negli Stati Uniti poi, Bambarén ha immediatamente espletato le pratiche di giovane ribelle per abbracciare le più importanti cause ecologistiche. Governare il corso degli eventi come governare le onde, si può. Surfista per passione e impegno, Bambarén racconta di luoghi magici, tenendo debitamente a distanza miasmi industriali con fini che non siano lucrosi. Naviga con la fantasia dopo essere stato, in prima persona, turista di se stesso, una spasmodica ricerca foraggiata dalla bellezza naturale di territori vergini di calcestruzzo e catrame.

Mentre ne Il Delfino (Sperling & Kupfer 1995) l’autore si rivede nella diversità dei vari personaggi che incontra, scrutandone pregi e difetti, e interloquisce con sfumature che realizza, solo successivamente, di possedere, sfogliando Blu, una storia di vita e di mare (Sperling & Kupfer 2004), si ha la netta sensazione di essere perennemente in partenza. Partire per arrivare dove? Sembra non saperlo neppure Bambarén il quale, imbarcandosi su un aereo per Tobago, si troverà di fronte a tanti piccoli ostacoli, minuscole maree che, comunque, non gli impediranno di attraccare al porto di un’isola felice. Qui, il suo iniziale pessimo umore si dissolve in un batter d’occhio e le poche parole di personaggi eccezionali come il tassista, la cameriera e André gli aprono dinanzi una prospettiva differente, una nullatenente saggezza che non aveva, fino ad allora, ancora contemplato.

La scalata metaforica di Sergio Bambarén è paragonabile, in linea di massima, alla catarsi dantesca deprivata, però, di elementi ambigui e maligni tipici dell’Inferno o Purgatorio. Attraverso uno stile accessibile a tutti, si approda direttamente a lidi paradisiaci, sottendendo la fatica durata per raggiungere questo livello di spensieratezza. Bambarén non è sordo al costante rischiamo dell’isola, le limpide acque che lo circondano lo spingono ad immergersi negli abissi e, dalle profondità, ammirare i meravigliosi colori che disegnano gli equilibri marini dei coralli e dei pesci.

È questo l’insegnamento di Bambarén: educare al silenzio, godendosi, appieno, la bellezza della libertà, difficile da trovare, ma facile da conquistare.