La vita è sempre trionfo dell’improbabile e miracolo dell’imprevisto.
(Henri de Lubac)

Trovare ciò che non si è cercato, essere colmati dall’imprevisto, sperimentare una gioia inattesa, una conoscenza che ti sorprende e ti salva: potrebbero essere altrettante definizioni, tutte alternative e complementari, della parola “serendipità”.

Il termine originario, serendipity, fu coniato nel 1754 dallo scrittore inglese Horace Walpole, nel suo rimaneggiamento di un’antica fiaba di origine persiana, poi tradotta in italiano, francese e, appunto, inglese. Walpole, in Three Princes of Serendip, narra di tre principi che, “by accidents and sagacity”, “per caso e per sagacia”, riescono a spiegare la natura di un cammello perduto.

Il termine, come spesso accade, ha avuto più fortuna di chi lo ha inventato ed è passato subito a indicare, specie in campo scientifico, le scoperte casuali, quelle che avvengono mentre si è impegnati a cercare tutt’altro. Per dirla con Steins;Gate: «Le più grandi invenzioni nascono per caso. È ciò che chiamiamo serendipità».

Dunque la serendipità equivale ad una sorta di fortuna con la “C” maiuscola? Ma manco per niente! Perché il colpo di fortuna arriva inatteso, questo sì, ma anche non cercato. La serendipità, invece, tocca solo a chi si sforza, a chi cerca, a chi cammina, a chi non sta fermo, a chi non resta seduto né si accascia dopo aver preso una mazzata. Quello che, nella serendipità, è descritto come evento inatteso non è per nulla fortuito: lo scienziato che scopre ciò che non cercava, era comunque intento nel suo lavoro, nel suo laboratorio, con il suo microscopio. Con la sua fatica quotidiana: per caso e sagacia…

Dopo di ché, qualcuno che se ne intendeva ha detto: «Chi cerca, trova», magari anche ciò che non avrebbe mai immaginato di cercare.

È un po’ come quando si ascende in alta montagna, un po’ come nella vita: mentre fai la fatica di salire e, a tratti, l’orizzonte sembra chiudersi davanti ai tuoi occhi, basta non rinunciare, basta continuare a mettere un passo dopo l’altro ed ecco che, d’un tratto, il panorama ti si schiude, la strada si apre, l’orizzonte ti accoglie e ti fa sentire grato per tanta bellezza: e piccolo piccolo, pur nella consapevolezza che quel dono assolutamente gratuito ti giunge perché ti sei sudato la salita.

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FontePhotocredits: Myriam Acca Massarelli e Luca Lermano
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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...