Lettera al Sindaco di Barletta

Signor Sindaco, buon giorno.

Sono Domenico Dalba, cittadino nato a Barletta il 16.07.1943 in via Boggiano n. 29, mentre i tedeschi imperversavano per il territorio, seminando terrore e morte. Risiedo attualmente in via Samuelli n. 6 terzo piano, antico, 74 i gradini che impegnano duramente le mie gambe, instabili, flaccide, per la mancanza di un ascensore.

In data odierna, quindi, compio 82 anni.

Ebbene, da oggi, mio compleanno, a tempo indeterminato, abbandonando il mio consueto letto, giacerò in un sacco a pelo disteso sotto il portico del Palazzo di Città su un cartone. Molteplici le istanze del mio inquieto animo, sensibile a quel che accade vicino e lontano. In un logoro e lacero sacco a pelo, sì.

Già 50 mila donne e i loro pargoli sono state orrendamente sterminate senza un briciolo di pietà umana., da Israele, Paese colonizzatore con la complicità degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. E tanti sono stati nel corso della storia i genocidi, infami, ammantati con motivazioni nobili.

Non posso tollerare ulteriormente il silenzio tombale del Sindaco sull’eccidio di Gaza, di cui è complice assassino, il governo nazionale, presieduto da una donna, la Meloni. Quando si tratta di coltivare e gestire il potere diventano evanescenti le sensibilità che possono manifestare generi diversi! Che ne sarà, poi, dei due milioni e mezzo di abitanti della Palestina?

Non posso essere complice delle tribolazioni e umiliazioni fatte subire per decenni ai disabili, ai ciechi, agli ammalati, alle donne incinte, alle mamme con carrozzino, per le barriere architettoniche di via Milano e via Imbriani, per l’inadeguato servizio di trasporto urbano, sguarnito persino di pensiline e per la sistematica trasgressione di norme di circolazione, spalleggiata dalla polizia urbana.

Mi piange, poi, il cuore, conoscendo benissimo lo stato di abbandono perenne di via Francigena, strada storica risalente al Medioevo, al tempo delle Crociate, ridotta solo nel nostro territorio (non altrove, lungo il suo lunghissimo percorso) a un grumo di nefandezze, crateri lunari, fusti impregnati di immonde sostanze tossiche coperte da calcestruzzo, ponti pericolanti, incendi quasi quotidiani.

Con diversi articoli di giornali e comunicazioni personali l’ho messa al corrente. Lei è latitante! Irresponsabilmente latitante!

Con osservanza

Domenico Dalba

Barletta 10.07. 2025, ore 12,30

 

Più tardi, ore 20,30, resoconto della prima nottata di “sciopero del letto”.

Puntuale, all’ora stabilita, mi reco sotto il portico del Palazzo di Città.

Il tempo di accostare alla parete calcarea i ritratti di Pepe Mujica, Lucia Topolansky, un paesaggio marino ed uno montano, dipinti su sagome di colombe simboleggianti la pace con una natura effervescente; inoltre, è perennemente in moto, la caricatura del sindaco, corredata da una bandieruola, commentata dalla didascalia “Vado dove mi porta il vento (delle convenienze)” su un’asta aggregante cannucce di paludi.

Accorre una pattuglia della polizia locale, due volte.  Più tardi, verso mezzanotte arriverà, una vettura dei carabinieri, allertata da qualche vigilante del Palazzo di Città. Conoscono, ambedue gli agenti, un mio alunno di cinquant’anni addietro, Emanuele Vitobello maresciallo dei carabinieri per anni a Palermo, una perla di uomo e di alunno!

Evidentemente è stata segnalata ai loro centralini la presenza di un pericoloso criminale. Bisogna, quindi, stanarlo, sgominarlo, un’insidia per la collettività barlettana, che già assiste allibita alle ripetute operazioni di malavita che fioccano con i loro tetri colori, generando angosce.

Per la riuscita dell’operazione, non si avvalgono delle sirene spiegate, ma arrivano di soppiatto. La sorpresa è un’arma straordinaria, come viene insegnato nelle scuole di formazione per la sicurezza.

Prima, apre lo sportellone e scende, un agente di polizia anzianotto, proteso più per il ritorno a casa, per gli affetti familiari, che per l’operazione di polizia, poi l’altro, aitante, prestante.  Un colpo da maestri!

Avvicinandosi al luogo del pericolo, le sicumere cominciano a svanire. Di insidiosità neanche l’ombra!

Due bambine tengono per mano Annamaria Diviccaro, la loro mamma, professoressa di chimica, sui quarant’anni, mia ex alunna alla scuola media “R. Moro” una trentina di anni addietro. Accanto un’anziana signora, la nonna delle bambine che realizzò le tende dell’aula, impreziosite con dipinti di bonsai, ambiente gestito dagli alunni, lussureggiante di maestose mònstere, illeggiadrito da un murales, una vista del trabucco che si sposa con un paesaggio marino di Van Gogh.

A breve distanza per terra, addossato alla parete calcarea, io, il presunto reo, un vegliardo, disabile nella deambulazione da bambino, mezzo sordo, ipovedente, protesi totale alla bocca, un bel po’ di acciacchi; un cappello con visiera, blue jeans, camicia ocra, scarpe ortopediche ai piedi, con la tomaia staccata dalla suola in gomma.

Deformate, sfondate, dovrò ulteriormente indossarle, perché lo stesso Stato che riempie le fameliche tasche delle multinazionali delle armi, dei farmaci, dei prodotti chimici per l’agricoltura, tagliando, invece, allegramente ed incoscientemente sulla sanità pubblica, ha raddoppiato i tempi per la consegna del paio di calzature per i disabili.

Sono incerti sul da farsi, gli agenti, si trovano in un ruolo che non è consono alla loro formazione professionale. Disinvolti, decisi, burberi, solitamente. Cercano di essere paternalistici, ipotizzando che la mia famiglia non ne sia al corrente, che una mattana si è impossessata di me, sconvolgendo le sinapsi dei neuroni, ma alla fine, vedendo la mia determinazione e lungimiranza condita di empatia, quatti, quatti si avviano verso le vetture. Forse, anche con un groppo in gola! Povera gente! Poveri funzionari, impegnati per un’incombenza che dovrebbe fronteggiare, la politica, in disarmo, subalterna alle multinazionali.

Mi avvicino ad Annamaria. Trepidante, occhi lucidi. Cerco di rincuorarla. “Vedi il sacco a pelo”, le dico, sdrucito, lacerato, è lo stesso che mi riparò dai rigori del freddo mentre attraversavo sul ponte di una nave il mar Baltico, per passare da Stoccolma a Helsinki. Le foche si divertivano sulle gelide schiume biancheggianti a rincorrersi o a cercare prede. Un giovane sconosciuto mi donò una mela di un sapore travolgente.

L’identico riparo che mi protesse, durante la notte equatoriale, punteggiata dalle stelle, dalle pulci penetranti dell’altopiano del Burundi, disteso su una lettiera di foglie di banano. Mi ero recato a distanza di sei mila chilometri da casa per costruire, insieme con la gente del posto che racimolava pietre, una scuola di alfabetizzazione.

La soffice e tiepida tana che mi tenne in serbo quando, stanco, mi distendevo sulle crepitanti ed umide foglie di boschi della Svezia. Durante la notte sentivo l’ululato dei lupi o ne avvertivo la vicinanza per l’alito che riscaldava il mio viso. Poveri animali, la letteratura del mondo dell’infanzia, e quindi l’immaginario collettivo, ne aveva fatto dei pericolosi spargitori di sangue, quando invece erano creature amabili.

Lo stesso utero che mi avvolse nel placido parco dell’ospedale di Munster, in Germania, dove mi ero recato col S.C.I. per dare una mano a quegli uomini e donne che Basaglia salvò dalle violenze quotidiane perpetrate a loro danno anche dalle istituzioni pubbliche.

“Ma potrà proteggerti, il tuo sacco a pelo”, si chiede, trepidante, la tua preziosa amica Annamaria “dalla malvagità, dalla perversione di uomini che in nome di un dio che non hanno mai visto, di uno straccio di terra che intendono possedere, di un potere senza limiti da accumulare, di una insaziabile fame di cose e denaro, di una indifferenza sconfinata? Ho paura, Domenico, mio amato professore di lettere che mi ha insegnato a sviluppare spirito critico e a mettermi dalla parte degli ultimi, cautelati!”

Arriva una telecamera, intervista incisiva di Teleregione gestita dal giornalista Antonio Gargano che promette di inoltrami il filmato. Scopriremo, poi, casualmente, che la madre della compagna di Antonio, la signora Dolores Rotunno, docente di scienze alla “R. Moro”, esemplare protagonista della scuola, partecipò attivamente alla raccolta di firme per la realizzazione di una scala mobile senza gradini assieme agli alunni in via Imbriani.

Tanti, durante la notte, mi fanno visita. Linfa ed ossigeno per il mio animo.

Luigi Gianfrancesco vuole offrirmi una branda. Non posso tradire il mio amato sacco a pelo. Allora, mettendo la mano in tasca, preleva un cofanetto con un disco. Il giorno seguente commenterò “poesia, musica e sentimenti dischiudono orizzonti dai caldi colori”.

Vittoria Grassitelli e il marito Sabino, sotto lo sguardo dei due figli piccoli più volte mi stringono caldamente la mano. Mi telefoneranno con trepidazione successivamente, raccontandomi che a pelle avevano intuito che avevano a che fare con una persona protesa verso l’autenticità.

Rosa De Candia una anziana disabile in carrozzella, vivace di spirito nel Movimento per la Palestina, esprime il suo compiacimento, per l’iniziativa in corso, raccontandomi con disappunto e disdegno le peripezie che incontrava quando l’ascensore era chiuso per la pseudo manutenzione.

Secondo fondate voci di corridoio, alla collettività era stata fornita una versione menzognera. In realtà, l’inefficienza della politica comunale non aveva segnalato tempestivamente lo stato di sicurezza dell’ascensore all’ANSFISA, Agenzia Nazionale per la Sicurezza delle Ferrovie e delle infrastrutture Stradali ed Autostradali. Che meschinità!  I cittadini trattati come sudditi da disinformare e sbeffeggiare. Il sindaco si limiterà a commentare “mancava semplicemente un’etichetta di merda”!

Degli automobilisti scendono dalle vetture per offrirmi una bevanda calda. Ringrazio. Quando la luce del giorno ormai la fa da padrona, arriva Umberto un signore, che entra ed esce dal Palazzo di Città. Insiste con garbo per offrirmi un caffè, un tè, un cappuccino. Gli sorrido, ma declino l’offerta. Anzi, a lui, come ad altri, offro pesche, donate da Peppino Mennea, Fedele Spadaro, e meloni di Riccardo Polichetti di Andria.

Verso le otto e un quarto una figura allampanata mi si para davanti, verseggiando teatralmente con un telefono. È il Sindaco, lo riconosco bene, rammento ogni dettaglio del suo viso, avendolo ritratto in una gustosa caricatura molto somigliante. Borse sotto gli occhi, corpose per il potere che ostenta, l’alterigia che lo caratterizza e per i redditi che le rimpinguano.

Temo per lui, per la sua esilità, perché per la sua smania politica di “andare dove lo porta il vento (delle convenienze)”, abbarbicandosi a chiunque, pur di illudersi di gestire il potere, potrebbe schiantarsi contro uno dei tanti palazzi che hanno riempito orrendamente il territorio urbano per gli alti indici di edificabilità.

Finita la telefonata, mi si avvicina, gentilmente. Mi alzo, salutandolo cordialmente. Mi sussurra che sono una persona dignitosa, ma non devo ridurmi ad azioni di protesta che possono fare svanire la mia dignità. Abbozzo dentro di me, accennando ad una risposta nettamente di segno contrario.

Comunque, mi invita per un colloquio il 21 luglio, lunedì al Palazzo di Citta. Non posso, non devo declinare.

Ci stringiamo la mano, ribadisco che ho trascorso la notte sotto il Comune per collaborare, per dare una mano a tutti gli oppressi, agli sfruttati, agli emarginati della mia città. Dentro di me commento sottovoce, “se sono fiori sbocceranno”.

Intanto, un fitto capannello circonda il sindaco. Si stacca una giovane donna, mi si presenta. Dice di chiamarsi Albanese Micaela e di essere assessore all’Ambiente della Giunta. Poi aggiunge di essere stata mia alunna. Sono passati oltre vent’anni, colgo l’occasione per salutarla e per invitarla con me al colloquio col sindaco. Sorridendo, accetta.

Tornando a casa penso che lo spiraglio potrebbe dilatarsi a dismisura, o ridursi in un vuoto cosmico. Staremo a vedere, che cosa concretamente offre, il responsabile dell’amministrazione comunale.

Domenico Dalba 328 7766967


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Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani. Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola. Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola. Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle. Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.