Tra guerre, nazionalismi e riarmo, il pensiero di Martini interroga il nostro tempo

Le parole sulla guerra, del compianto card. Martini, illuminano il buio della politica presente, gestita da individui a cui si fa fatica attribuire il nome di “uomini”: la vera sfida non è chiedersi chi vincerà, ma se saremo capaci di rinunciare a vincere, cercando una nuova integrazione che trasformi il con­flitto in una gara di mutuo servizio e di accoglienza tra culture diverse.

Il nostro è un tempo segnato da incertezze profonde, in cui il diritto internazionale sembra arretrare di fronte alla legge del più forte, mentre l’Unione europea fatica a trovare la propria identità. Cinquant’anni dopo la nascita del Movimento Federalista Europeo, Martini intervenne in un conve­gno internazionale, dedicato al destino dell’Europa, ponendo al centro una domanda che ancora resta aperta: come trasformare i conflitti in convivenza, le identità in dialogo, le nazioni in una casa comune, fondata sul diritto, sulla responsabilità e sulla pace?

Radicalmente distante, rispetto alle logiche di potenza e ai nazionalismi esasperati, Martini indicava, nella maturità morale dei popoli e nella centralità della “persona”, le condizioni per un futuro condi­viso, non solo per l’Europa, ma per l’intera comunità internazionale. Oggi, però, le relazioni interna­zionali mostrano il ritorno alla guerra, chiudendo il breve interludio seguito alla guerra fredda.

L’aspirazione condivisa alla pace, dopo il 1945, sembrava essersi realizzata in Europa. Ma le guerre nei Balcani, l’invasione russa in Ucraina, l’esplosione del conflitto nella striscia di Gaza e l’attacco all’Iran hanno riabilitato la guerra come strumento di risoluzione delle controversie, recla­mando la morte dell’avversario per superare i conflitti. Stiamo vivendo l’era della forza, con la milita­rizzazione e la corsa agli armamenti. Questo “concetto”, sostiene mons. Giovanni Ricchiuti, presi­dente di Pax Christi, costituisce un furto di capitali sottratti ai “bisogni vitali non soddisfatti”. Le armi uccidono sempre: anche se inutilizzate. Con il loro alto costo, smantellano la cultura della solidarietà, privando i poveri, dei servizi sociali più essenziali, oltre a rendere i rapporti personali più duri, com­petitivi e aggressivi.

La pace è sempre meno un fine, anzi non lo è più. Chi, nel ’900, ha cercato la pace, spesso, è stato tacciato di debolezza, come accade anche oggi con l’Ucraina, Gaza, l’Iran, il Sudan… e nei nostri ambienti “caserecci”. Ma, per cambiare, occorre ascoltare le vittime! Purtroppo, queste ultime sono sempre delle realtà scomode.

Il clima conflittuale contagia le società e i comportamenti, generando una cultura dell’ostilità e dello scontro, a livello sociale e, soprattutto, relazionale. Lo storico Andrea Riccardi, fondatore della Co­munità di Sant’Egidio, nel suo volume Il coraggio della pace, interrogandosi sul “coraggio”, riconosce che, oggi, esso viene sempre più associato alla guerra, non alla pace. Bisogna, perciò, ritrovare e coltivare il coraggio della pace, cioè il “coraggio di essere” … non di nascondersi nel conformismo o nel senso di irrilevanza che genera impotenza. Il “coraggio di essere” porta a scegliere, non a rinun­ciare. La scelta, anche di uno solo, ha un peso e una forza. Bisogna avere il coraggio di scegliere la pace e agire a tutti i livelli. Diceva don Pino Puglisi, che resistette a mani nude contro le irruzioni della mafia: “Se ognuno fa qualcosa, si può fare molto”, evitando, in tal modo, che la pace sia una operazione di vertici che non interessa la gente.

La pace ha prezzi altissimi: comporta dei costi, in termini di investimenti nella giustizia sociale, per evitare che la povertà generi nuovi conflitti. Nonostante i costi elevati, la pace è considerata il bene più prezioso dell’umanità e il suo prezzo è, comunque, inferiore a quello disumano e immorale della guerra, e i cristiani lo sanno benissimo: è istituita dal Cristo crocifisso, che l’ha pagata con la sua vita. Quindi, la pace non si ha mai a buon mercato! La storia ci insegna che i muri si possono abbat­tere, i confini si possono rivedere, gli insediamenti si possono spostare o indennizzare, la comunità internazionale, piuttosto che essere spettatrice, può svolgere un ruolo di garanzia e mediazione.

La manifestazione del volto dell’altro emerge dopo aver fissato lo sguardo su Auschwitz: lì l’av­ventura mil­lenaria del pensiero umano ha subito il suo fallimento totale; lì tutte le luci si sono spente e non è rimasto neppure un faro lampeggiante asegnalarne la traccia; lì c’è stato un ritorno al caos, che occorre, oggi, penetrare con coraggio, se si ha la volontà di uscirne da Gaza, dal sud del Libano, dall’Iran… diversamente saranno sempre discorsi fittizi e autogiustificativi, senza alcuna presasul reale.

In questi contesti, il senso di responsabilità ridefinisce l’identità della persona che depone la propria sovranità sull’altro e, riconoscendosi responsabile, si apre alla possibilità di intraprendere percorsi relazionali di pace. La pace non può, quindi, identificarsi con la fine dei combattimenti, che cessano per man­canza di combattenti, per la sconfitta degli uni e lavittoria degli altri, cioè con i cimiteri e il sorgere di nuovi imperi: la pace deve essere la mia pace, in una relazione cheparte da un io e va verso il volto dell’altro. Soltanto allora, il “Tu non ucciderai” costituirà una responsabilità dell’uno per l’altro:l’impossibilità di lasciarlo solo di fronte al mistero della vita e della morte.


FontePhotocredits: Paolo Farina
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Elia Ercolino, nato a Peschici (FG) 15/02/1954. Formazione classica con specializzazione in teologia biblica. Ha tenuto corsi di esegesi e teologia   vetero e neotestamentaria. Giornalista pubblicista dal 1994 e professionista dal 2004. Impegnato nell’emittenza televisiva locale dal 1992. Direttore di Tele Dehon dal 1994 con auto dimissioni nel 2012. Direttore responsabile e fondatore della testata giornalistica “Tele Dehon Notizie” dal 1995 al 2012. Impegnato da sempre nel mondo del volontariato sociale.

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