Gli era sembrata una grande idea al caldo, sotto il piumone, ma adesso non era poi così convinto

La città gli mancava. Gli mancava il suono dei clacson o il vociare indistinto. E gli piaceva il mare che non aveva mai quiete, nemmeno nei giorni di bonaccia, con quelle onde che lambivano i piedi ed arrivavano direttamente dall’altra parte del mondo. Così grande, così universale.

Invece eccolo lì. Ad incespicare lungo un sentiero in collina con la frizzante aria del mattino che gli pizzicava il naso e gli ghiacciava le dita.

Intorno a lui il silenzio di una distesa di foglie che crepitavano sotto il suo passo appesantito. Quello e il vento che le smuoveva piano con un suono secco e ruvido che, tuttavia, gli ricordava il mare.

Lo stesso vento che sibilava tra i rami secchi tesi con migliaia di dita alla ricerca disperata di un pallido raggio di sole, e a volte qualche foglia più persistente decideva di arrendersi in quella lotta per la sopravvivenza e si lasciava andare, oscillando lenta in una danza che precipitava al suolo.

Non era così che la ricordava.

Nei giorni di estate della sua giovinezza, quando suo padre lo costringeva ad andare in montagna e a lunghe escursioni “Perché forgia il carattere” quei luoghi erano dipinti da infinite sfumature di verde, e da quelle fronde la vita faceva a gara per farsi sentire, persino le cicale. Come se l’inverno non dovesse mai arrivare, in un istante eterno di celebrazione dell’esistenza.

E invece il tempo era passato.

Era diventato abbastanza adulto da potersi sottrarre a quella contorta idea di divertimento che aveva suo padre. Ogni estate, puntuale come un orologio, glielo aveva proposto ed ogni estate prontamente aveva trovato una scusa. Fino a quando un’estate smise di chiederlo. Fu allora che si rese conto di quanto suo padre fosse anziano.

Ora ci tornava dopo anni. Da solo.

Gli era sembrata una grande idea al caldo, sotto il piumone, ma adesso non era poi così convinto.

Strinse le dita intorno agli spallacci imbottiti del suo zaino da trekking.

– Ci siamo quasi papà. – mormorò tra sé e sé.

Vedeva la cima, la vecchia casetta che suo padre aveva fatto costruire anni prima.

La porta cigolò e fu investito da un odore umido e stantio. Infiltrazioni di umidità. Il tetto. Non lo avevano mai riparato.

Tolse la polvere dalla mensola del caminetto, aprì lo zaino ed estrasse una fotografia incorniciata.

Un uomo e un ragazzo con gli scarponi sporchi di terra, gli zaini in spalla sorridevano a beneficio della macchina fotografica. La appoggiò davanti a sé. Esattamente al centro.

– Hai visto papà? Tutto come volevi tu. Prepotente bastardo che non sei altro.-

E finalmente, al sicuro in quella casa abbandonata, pianse.

 


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