Fino a pochi anni fa raramente abbiamo sentito parlare del Sahel, almeno non in senso geopolitico.  Geograficamente con Sahel ci si riferisce a quella fascia di terra arida e desertica posta tra il deserto del Sahara e la Savana, identificabile con alcune ex colonie francesi Burkina Faso, Niger, Ciad, Mauritania, Mali e parte del Camerun e della Nigeria.

Da luogo siccitoso e poco abitato, la vastità dei luoghi e la vicinanza geografica a stati scossi dalle Primavere Arabe ha reso la zona geopoliticamente e militarmente importante per la lotta al terrorismo e alla traffico di migranti che cercano di lasciarsi alle spalle povertà e guerre civili.

Oggi il Sahel rappresenta una questione irrisolta dalle diplomazie europee, una regione in cima alle preoccupazioni e agli interessi soprattutto francesi poiché il Sahel da anni è un territorio fuori controllo, il luogo in cui gli jihadisti dell’Isis in fuga da Iraq e Siria cercano di riorganizzarsi.

Non solo. Dal Sahel, in particolare dal Niger, transitano le carovane di uomini e donne in fuga dall’Africa sub sahariana diretti in Libia e successivamente nel vecchio continente.

La situazione del Sahel quindi preoccupa fortemente l’Europa sui due fronti del terrorismo jihadista e dell’immigrazione.

Nel territorio vastissimo del Sahel si sono rifugiati i foreign fighters fuggiti da Iraq e Siria. Questi guerriglieri sperano di acquisire forza unendosi alle cellule di Al Qaeda che operano nella zona. A questi gruppi noti di miliziani vanno aggiunti vari gruppi di salafiti presenti nelle steppe incontrollate del Sahel.

Con lo scopo di contrastare le milizie jihadiste speranzose di riorganizzare uno Stato Islamico nel Sahel, è operativo da alcuni mesi il G5 Sahel, forza militare congiunta tra Mali Niger, Ciad, Burkina Faso e Mauritania. A questa forza militare che ha ottenuto l’appoggio anche finanziario delle Nazioni Unite, si aggiunge l’impegno dei governi italiano e tedesco, oltre chiaramente alla Francia impegnata già da anni nel Sahel.

Il premier italiano Paolo Gentiloni ha annunciato l’invio di 470 militari italiani entro giugno con il compito di addestrare i militari nigerini e fermare il traffico di migranti in transito dal Niger.

La nostra missione, approvata dalla Camera dei Deputati nei primi giorni di gennaio, prevede la prossima partenza di un centinaio di militari diretti alla periferia della capitale nigerina Niamey, all’interno della base statunitense.

L’alleanza tra paesi africani ed europei per il Sahel, secondo la Cancelliera tedesca Angela Merkel e lo stesso Gentiloni, è essenziale per prevenire il terrorismo e garantire la sicurezza nella zona.

Fino ad ora la stabilità di quell’area geopolitica è stata quasi esclusivo interesse della Francia poiché gli stati compresi nella regione nota come Sahel sono quasi tutte ex colonia francesi e i transalpini nella zona hanno ancora forti interessi economici.

È stato proprio il presidente francese Emmanuel Macron a convocare lo scorso dicembre il premier italiano Gentiloni, la Cancelliera Merkel e i presidenti degli stati africani per affrontare il tema Sahel in chiave di lotta al terrorismo.

La Francia ha ottenuto che il controllo del Sahel diventasse una questione europea, con la promessa di aiuto non solo dall’Italia con la missione in Niger, ma anche dalla Germania in Mali, stato continuamente scosso da attacchi terroristici.

Ma i guai del Sahel non sono solo rappresentati dallo jihadismo di matrice islamica.

Posto tra il 12° e il 18° esimo parallelo, direttamente a sud della Libia e dell’Algeria, tra la steppa e la Savana, la vera piaga della zona e delle sue popolazioni è la siccità con gli effetti disastrosi che possiamo ben immaginare.

Per secoli unicamente popoli nomadi hanno abitato per brevi periodi la zona del Sahel. Solo dopo gli anni ‘70 la popolazione ha incominciato a crescere e a sviluppare zone urbane. Ma il colonialismo europeo del secolo scorso ha lasciato conseguenze nelle giovani democrazie, ancora scosse da lotte tra tribù rivali e traffici illeciti.

I foreing fighters in fuga da Iraq e Siria, uniti a gruppi di salafiti sparsi nella regione, non fanno che alimentare il rischio che nel Sahel si ricostituisca lo Stato Islamico.

Negli ultimi anni è stato soprattutto il Mali ad essere stato vittima di attacchi terroristici che hanno colpito anche turisti francesi. La Francia dal 2012 impiega militari nella sua ex colonia per contrastare il terrorismo e proteggere i tanti connazionali che ancora vivono nel paese. Dal 2014 l’impegno transalpino si è intensificato, gli uomini francesi sono 4000 e operano in tutto il Sahel in quella che è denominata “Operazione Barkhane”. Secondo molti osservatori la presenza dei francesi nel Sahel è la causa dei continui attacchi terroristici che hanno coinvolto la Francia dal novembre 2015.

E non è un caso che il ruolo della Francia nel Sahel sia sempre stato di primo piano.

Alcuni dei paesi della regione sono ex colonie francesi e si sa che la Francia non ha mai davvero abbandonato la sua ex “Françafrique”, quel territorio immenso che all’alba della Terza Repubblica Francese occupava quasi tutta l’Africa Centrale e settentrionale.

Ancora oggi, a 50 anni dalla fine del colonialismo, i legami tra Francia e le sue ex colonie sono solidissimi, non solo nella lingua, visto che le ex colonie (tra le quali Mali e Mauritania) sono francofone.

Se da un lato le ex colonie (tra tutti il Mali) confidano nell’appoggio francese per il contrasto al terrorismo e la lotta ai gruppi tribali, le ricchezze e le risorse naturali minerarie ed energetiche delle ex colonie non sono state dimenticate dai francesi.

Diplomaticamente e militarmente la Francia è ancora a casa nelle ex amate colonie.

Decolonizzazione lenta o neo colonialismo? Difficile dare una risposta che non tenga conto dei tanti legami, culturali e geopolitici che ancora legano Parigi alla sua ex Africa francese.

Se la Francia continua a tutelare i suoi interessi nell’ex Françafrique, la stessa cosa non è accaduta per l’Italia.

Il nostro paese, forse per paura del suo passato coloniale, nel caos libico del post Gheddafi non è riuscita ad assumere un ruolo di primo piano nella transizione politica della sua ex colonia ed ha lasciato proprio ai cugini transalpini il compito di mediare tra il governo di Tobruk e quello riconosciuto dalla Comunità internazionale di Tripoli.

Questo fino allo scorsa estate quando il governo italiano ha riaperto la propria ambasciata a Tripoli e soprattutto è riuscito a trovare un intesa con le autorità libiche per il contenimento dei flussi di migranti.

Problema migratorio che ha spinto l’Italia e la Germania a intervenire nel Sahel e a considerare quelle africane, frontiere europee.

L’Europa ritorna in Africa in una sorta di neo colonialismo? Forse qualcuno si è posto questo interrogativo all’indomani dell’annuncio di Gentiloni e Merkel di inviare truppe in Niger e Mali ma, personalmente, ritengo la risposta negativa.

Sicuramente il colonialismo, terminato ufficialmente negli anni ‘60, ha lasciato grosse fratture e ferite nel continente nero.

La decolonizzazione con la naturale nascita di nuovi stati nazionali non è stata percorso facile ed è spesso degenerato nel sangue e in guerre civili ancora in corso. Ma affermare che i guai del Sahel e del continente africano in genere siano tutti causa del colonialismo europeo è un’esagerazione.

Certo è che, a 50 anni dalla fine del colonialismo, l’Africa continua a fare i conti con il suo passato fatto di razzismo e sfruttamento.

Basta elencare le guerre civili in corso in Corno d’Africa per rendersi conto che i conflitti attuali sono conseguenze, spesse volte, delle scelte degli ex colonizzatori.

La divisione delle ex colonie fatte a tavolino, con una matita e una carta geografica non ha tenuto conto dei conflitti etnici e religiosi che da sempre attanagliano il continente nero.

Come non ricordare a questo proposito la crisi infinita della Repubblica Democratica del Congo, le guerre civili nel Sud Sudan e nella Repubblica Centrafricana?

Tra i tanti mali africani purtroppo vanno aggiunte le carestie epocali in corso in Somalia e gli attacchi sempre più temibili dei gruppi terroristici Boko Haram in Nigeria e Al Shabaab sempre nella martoriata Somalia.