Made in Italy lancia un messaggio di speranza ed un inno a vivere non una vita qualsiasi, ma la vita, la nostra vita che sogniamo.

Terzo film da regista del cantante e musicista Luciano LigabueMade in Italy è ispirato all’omonimo album uscito nel novembre del 2016.

Stefano Accorsi è il protagonista Riko, un uomo di specchiate virtù e comprovata sfortuna: incastrato in un lavoro che non ha scelto, a malapena in grado di mantenere la casa di famiglia. Può contare però su un variegato gruppo di amici, su una moglie che, tra alti e bassi, ama da sempre, e un figlio ambizioso che frequenta l’università. Nonostante questo, Riko è un uomo arrabbiato, pieno di risentimento verso una società scandita da colpi di coda e false partenze.

Quando le uniche certezze che possiede si sgretolano davanti ai suoi occhi, a Riko non resta che reagire, prendere in mano il suo presente e ricominciare, in un modo o nell’altro.

Siamo nell’era del made in Italy sì? Made in Italy, no?

È giusto acquistare prodotti stranieri o incentivare la nostra economia?

Made, fatto questo vuol dire, homemade, made, made, un participio passato che ritroviamo ovunque.

In questo film, che ho visto con tanta attenzione, Riko, interpretato da un bravissimo Stefano Accorsi, vive il made in Italy, un made frantumato dalla precarietà che la nostra Italia spesso ci impone.

Quanti Riko conoscete, conosciamo? Tanti, tantissimi.

Sono figlia di una generazione spaccata tra il consumismo viscerale e i sacrifici, i treni per partire a cercare un lavoro, il saluto ai cari e la paura di staccarsi dalle radici della propria terra.

Riko vive una vita che non gli piace, fa un lavoro che non gli piace, ma come tanti ha paura di un cambiamento forte, o meglio spera che il cambiamento forte gli venga dall’esterno, che magari il futuro radioso gli bussi alla porta come se fosse una delle migliori offerte di un call center.

Invece non è così, il futuro che sogniamo non bussa alla porta se noi non siamo pronti ad accoglierlo mettendoci in discussione.

In un bellissimo dialogo del film tra Riko e Carnevale, il suo amico, Riko ubriaco e steso sul divano, si pone tante domande: una casa costruita dal nonno, allargata dal padre, che dovrà invece da lui essere venduta, un lavoro che non lo soddisfa, una moglie che forse non ama più.

Qualcosa cambierà? «Il bel paese in vacca…».

Allora Carnevale risponde che lui potrà anche cambiare lavoro, città, famiglia ma non sarà valso a nulla se prima di tutto non avrà cambiato se stesso: «Cambia te prima di aspettare i cambiamenti».

Riko scoprirà poi che la moglie l’ha tradito per la prima ed unica volta con il suo amico Carnevale. Ma quel tradimento non è il segnale di una crepa quanto di una ripartenza lenta che prevede una vera e propria catarsi dentro se stesso.

Riko ricomincia a mettere a posto i pezzi del suo matrimonio e la vera ricostruzione si ha con una nuova consacrazione del loro legame, alla festa partecipa anche Carnevale, sarà il loro ultimo incontro.

Carnevale, di lì a pochi giorni si ucciderà.

Ora Riko deve davvero ricominciare e capire che tutti i cambiamenti devono ripartire da se stesso.

Chi di noi non ha ricostruito la propria vita dalle macerie? Tutti, in un modo o nell’altro abbiamo toccato il fondo e poi siamo risaliti.

Per Riko non finisce qui, perde il lavoro, quel lavoro che tanto odiava ma che aveva segnato la sua vita per tanti, tantissimi anni. Riko deve disabituarsi all’abitudine, sembra un ossimoro ma è così. L’abitudine ci lacera molto spesso, facendoci cullare sulla teoria che nulla cambia, mentre il panta rei è in ogni istante e giorno della nostra vita.

Riko tocca il fondo, ma la moglie lo aiuta, non lo lascia mai solo, in un Ci sei sempre stata cantato alla Liga. Sì, perché è vero che ci si salva da soli, ma è anche vero che l’amore conta e salva.

Riko rinasce dalle acque del Po’, dopo aver tentato di togliersi la vita. Il fiume lo fa rinascere e la vita portata in grembo da sua moglie lo fa rivivere.

In un finale ricomposto di vita, affetti veri, vita che sta per venire al mondo e nuovo lavoro viene dipinta un’Italia o meglio un made in Italy che a noi italiani piace.

Sì, perché noi italiani siamo sognatori anche quando i sogni non ci sono, siamo lavoratori anche quando il lavoro è precario, amiamo anche quando l’amore sembra averci voltato le spalle, viviamo anche quando la vita è dura con noi.

Made in Italy lancia un messaggio di speranza ed un inno a vivere non una vita qualsiasi, ma la vita, la nostra vita che sogniamo.


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Alessandra Gattullo
Nata ad Andria il 28 agosto 1985. Laureata in lettere moderne con indirizzo filologia moderna presso l'Università degli studi di Bari il 21 luglio 2011, abilitata all'insegnamento presso l'Università degli studi di Bari il 21 luglio 2015. Docente di lettere presso scuola secondaria di 1^ grado. Amante del teatro, di cinema, delle letture interiori e profonde che ti arricchiscono. A scuola cerca di essere una professoressa moderna ed aperta al dialogo costruttivo con i suoi ragazzi, non dimenticando mai l'importanza dell'educazione ed istruzione per una società migliore.