Questa cicatrice altro non sarà che una medaglia al valore

“La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato”. Mai così attuali appaiono le parole di Albert Einstein, scritte nel lontano 1931 in Il mondo come lo vedo, in cui la crisi è intesa come nuova sfida, come momento drammatico, difficile, duro, spiacevole –  di cui con molta probabilità ognuno di noi avrebbe fatto volentieri a meno – ma in cui è d’obbligo una scelta, una decisione, proprio come suggerisce la sua stessa etimologia (dal greco krisis, appunto, scelta).

Da ormai più di un mese ognuno di noi è stato chiamato a prendere decisioni importanti: dai governanti ai medici, dagli infermieri ai ristoratori, dagli anziani ai bambini, sacrificando i bisogni individuali per tutelare, uniti più che mai, la salute della collettività. Siamo obbligati a lasciar andare, a perdere – almeno per un certo periodo – il vecchio stile di vita e a riorganizzarci adattandoci ad uno nuovo che ha ancora confini e scenari ignoti, mettendo in campo risorse inedite. Dunque, se da un lato rinascere ci mette in contatto con la perdita, con la morte e il lutto dall’altro, dall’altro ci permettere di aprirci a nuova vita: è possibile riprendere vigore dopo un periodo di crisi? È possibile che nella nostra vita ci sia stato un momento di buio della mente e del cuore in cui però ci è stata data la possibilità di rinascere?

Se potessero parlare i pionieri della psicologia e la numerosa e variegata platea dei colleghi attuali, la risposta corale sarebbe un perentorio “sì”, stessa affermazione che ognuno di noi potrebbe darsi guardandosi un po’ più da vicino. Luci e ombre spesso si alternano nel percorso della nostra vita ed è propria di ognuno di noi la scelta di goderne, accettandole così come sono per trarne insegnamenti importanti.

Attraversare la tempesta fuori e dentro di noi, fuori e dentro le nostre case, significa anche fare i conti con se stessi, con il proprio dolore, con la propria capacità di uscire dalla propria zona di confort e per poi essere consapevoli che, una volta usciti da questo vento, non saremo più li stessi di quando ci siamo entrati. Il dolore appare, dunque, come il mezzo obbligato per il cambiamento, perché bisogna prima un po’ morire per poter rinascere.

A questo proposito, mi sovviene la canzone del grande De Andrè “… dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”.

Di fronte alla pandemia, cosa resta di me? Ho scoperto qualcosa di buono in me?  Questi gli interrogativi che mi e vi sottopongo in questo tempo sospeso che ci offre la rara ed unica possibilità di aprire nuove finestre sul nostro mondo interiore, di fare un viaggio di scoperta di noi stessi che, come diceva Marcel Proust, “[…] non significa cercare nuove terre ma avere nuovi occhi”.

Questo viaggio, così come la psicoterapia – per chi come me ha avuto la fortuna di incontrarla -, non sembra essere un viaggio rapido, né facile, e nemmeno privo di paura o angoscia; ma credo sia necessario per tramutare la necessità in virtù, così da avere più diottrie e strumenti per guardare autenticamente il mondo.  Questa cicatrice altro non sarà che una medaglia al valore.

 


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