
In questo momento storico particolare, in cui si sta perpetrando il ‘nuovo olocausto’, tutti indistintamente siamo chiamati come cittadini pubblici e civili a non rimanere indifferenti: l’accoglienza va pensata come un ‘dovere’.
Le cronache quotidiane ci mostrano come alcuni siano ancora acerbi all’idea di multiculturalismo. È questo un fenomeno che si configura come la relazione fra Stato e minoranza, dove il primo salvaguarda e promuove quella differenza culturale, la cui dignità e peculiarità, deve essere riconosciuta e rispettata anche dagli altri.
L’integrazione è un processo lento, faticoso, scomodo, che esige il suo prezzo, quanto mai necessario se si vuol stare al passo coi tempi. L’integrazione è un cammino da farsi ‘Con’.
Il ‘fenomeno’ migratorio presenta notevoli implicazioni economiche, sociali, culturali, giuridiche e di ordine pubblico. Porta con sé problemi e benefici, in base alla capacità di gestirlo, a partire dalla dimensione del migrante-persona. Parlare d’immigrazione non vuol dire infatti parlare solo e semplicemente di numeri, comparando costi e benefici. Quello dell’immigrazione è un fenomeno fatto di persone: uomini e donne portatori di speranze, paure, titolari di diritti e doveri.
In questo momento storico particolare, in cui si sta perpetrando il ‘nuovo olocausto’, tutti indistintamente siamo chiamati come cittadini pubblici e civili a non rimanere indifferenti, sordi, apatici, ma ad accogliere per un ‘dovere morale’ inscritto nelle nostre coscienze erranti di uomini e donne.
Per cui, oggi, ai significati già esistenti della parola ‘accoglienza’, bisogna includere un altro significato, ossia, ‘dovere’.
Il dovere delle volte violenta la vita di uomini e donne, come fa del resto l’accoglienza. Violenta nel momento in cui ti trovi di fronte giovani migranti solcati nel volto dal dolore, dalla fatica, e nei loro occhi scorgeri il loro bagaglio, ossia il travaglio di un’esistenza. Sì perché solo quello portano sulle nostre rive, e come uomo prima, come prete poi, sento l’obbligo di custodirlo, perché nel bagaglio si porta sempre qualcosa di personale, di intimo e loro portano la vita.
Non mi interessa fare vademecum per l’accoglienza, mi interessa vivere l’accoglienza, farne esperienza e promuoverla. Accogliere, oltre ad inglobare, l’accezione ‘dovere’, non ha bisogno di palcoscenici, ma di cuori, volti e mani che rivoluzionino un sistema in cui l’altro non sia un numero, ma semplicemente una persona come te, che ha bisogno di affetto, attenzioni, cure e cultura.
Come Comunità MigrantesLiberi, operante in questo lembo di terra, proviamo nel nostro piccolo a costruire una cultura che non abbia colore, ma voce, la voce di uomini donne e bambini che gridano aiuto e che quotidianamente, nonostante le innumerevoli difficoltà, vanno sostenuti e difesi da ingiustizie e soprusi.
Attualmente ci occupiamo della cura di richiedenti asilo e profughi, ospiti in diverse case di accoglienza. Ogni giorno lavoriamo per offrire a queste persone strumenti utili per il loro inserimento sociale, ma siamo convinti che una migliore integrazione sia possibile solo favorendo la creazione di una rete tra tutti gli attori sociali del territorio e i beneficiari.
Lo spirito, prima ancora delle ‘idee’, che anima la Comunità MigrantesLiberi si è forgiato negli anni lungo la strada dell’ascolto di persone bisognose, emarginate, violentate, abusate, con il vivo desiderio di ri-scattare la loro dignità con atto vitale, non con la ribalta mediatica, ma nell’anonimo silenzio del fare.
Un percorso lungo e faticoso, dove impegno, sudore e fatica sono stati spesi con altrettanto coraggio, determinazione, orgoglio, paura e fragilità, per raggiungere un fine, che supera ogni steccato ideologico e ogni opinione mediatica: la responsabilità quotidiana di farsi garante di tutela di ogni minoranza, come segno di paradosso e rovesciamento di un sistema sociale escludente e marginalizzante.
Una visione ‘solidale umana e inclusiva’ delle differenze, delle minoranze, degli ultimi, degli scartati, ci ha convinti a promuovere questo stile e questi valori per una comunità ‘non da sola ma solidale’.
L’altopiano ancora è distante da raggiungere, molto c’è da percorrere e ancora tanto da fare. Frontiere, periferie e sobborghi sono il nostro habitat, in cui la contaminazione non manca, la complessità non scarseggia, il dialogo non difetta e l’alba di una nuova civiltà è alle porte.
Una società che ha paura dell’altro e non apre le porte ad altre civiltà per un mescolamento delle razze e delle tradizioni, è debitrice e preoccupata più dalla geopolitica che dalla reale dinamica del multiculturalismo.
Forse è il tempo di cambiare rotta è ri-volgere gli occhi, le attenzioni e gli interessi verso l’umanità e il suo futuro, discutere e confrontarsi incontrare e organizzare, pianificare e scontrarsi per l’unico bene, quello comune che appartiene a tutti e con-divisibile con tutti.























