Siamo un popolo di reduci, un’umanità di superstiti, di avanzi […] Siamo come fantasmi d’insepolti che hanno lasciato la parola tra le gente delle retrovie […]

“Mussolini il figlio del secolo” di Antonio Scurati, premio Strega 2019. Gli pseudo intellettuali di una sinistra che vive di modelli culturali e che non esistono più, morta con Berlinguer e finita da Achille Occhetto poco dopo, non si danno pace. È difficile ammettere che finalmente un libro riesca ad illuminare degli anni bui e seppellire in santa pace, lontano da congetture e misfatti, le salme di due uomini. Cito il libro: Ugo Ojetti, scrive quasi profeticamente anni prima, nel luglio del 1924: “Vi sono due morti, Matteotti e Mussolini: L’Italia è divisa in due, quelli che piangono la morte dell’uno e quelli che piangono la morte dell’altro”.

Un romanzo che assomiglia ad un saggio, in cui nulla è inventato ma solo sviscerato quasi fosse una sceneggiatura. Potente, lungo ma necessario, 827 pagine. Storicamente verificato e autorevolmente testimoniato da numerose fonti che è possibile leggere: stralci di articoli tratti dal Corriere delle Sera e altri dell’epoca, da rapporti di pubblica sicurezza, da circolari governative, da telegrammi e lettere. Sembra di essere in una serie televisiva in cui le immagini sono sostituite da parole che non ha nulla da invidiare alle piattaforme streaming. La storia si inventa non più noiosa e circoscritta alla presunzione di una affermazione dedotta, anzi smucina negli anfratti poco luminosi di un’epoca vicina al medioevo per violenza civile e umana e tira fuori il meglio, la necessità e la bellezza della verità.

Un rapporto di Pubblica Sicurezza del 1919, un pò fa sorridere, descrive Mussolini così: “Intelligente, di forte costituzione, benchè sifilitico, sensuale, emotivo, audace, facile alle pronte simpatie e antipatie, ambiziosissimo, al fondo sentimentale”. Più si legge e più sembra un bambino che, dopo aver provato la povertà, difende il suo giocattolo tanto agognato, l’impero fascista italiano, praticando e assecondando senza pudore e coscienza la menzogna quanto la brutalità. Scrive sul suo Il Popolo d’Italia un qualcosa che con il senno di poi pare delirante e rivolto a se stesso: “L’Italia ha bisogno di pace per riprendere, pe rifarsi, per incamminarsi nelle strade della sua grandezza. Solo un pazzo o un criminale può pensare a scatenare nuove guerre che non siano imposte da un’improvvisa aggressione”.

In un altro rapporto dell’ispettore generale di pubblica sicurezza Giovanni Guasti, giugno 1919: “Mussolini Prof. Benito fu Alessandro, nato a Predappio il 29.07.1983, residente a Milano in Foro Bonaparte 38, socialista, maestro elementare abilitato ad un insegnamento in scuole secondarie, fu prima segretario della Camera del lavoro di Cesena, Forlì e Ravenna, poi dal 1912 direttore del giornale Avanti! Al quale impresse forma violenta, suggestiva ed intransigente. Nell’ottobre del 1914, messosi in contrasto con la direzione del Partito socialista italiano perché fautore della neutralità attiva dell’Italia nella guerra delle nazioni contro la tendenza della neutralità assoluta, si ritirò dalla Direzione dell’Avanti! […]”.

La fortuna politica e sociale di Mussolini è dovuta anche in parte a Margherita Sarfatti, una ricca ereditiera veneziana coltissima che è una collezionista e critica d’arte, sua amante: lui ha sposato la quasi analfabeta Rachele Guidi che non può soddisfarlo ma è una brava madre. Sarfatti gli insegna a vestirsi decentemente, gli corregge i discorsi, lo educa persino alla giusta forchetta del pesce durante le cene eleganti.

Benito, romagnolo focoso e indefesso, aveva già corteggiato e conquistato persino la segretaria minorenne del suo giornale Il popolo d’Italia che costrinse ad abortire nel 1918.

Filippo Turati, fondatore del partito socialista italiano e avvocato, scrive ad Anna Kuliscioff, rivoluzionaria e giornalista tra i fondatori del Partito Socialista Italiano a proposito del ritrovamento dei resti di Matteotti, il 16 agosto del 1924, per caso o per volere: “Ti risparmio la minuta descrizione dei resti. Tutto è distrutto. Non c’è più neppure lo scheletro, ma soltanto tibie, femori, costole, ossa disperse e il teschio”. E il romanzo diventa documentario, conquista, invita al proseguo. Due denti d’oro, protrusi a causa dell’arretramenti delle gengive, confermano che si tratta del cadavere dell’onorevole Matteotti. Il decesso, dedotto dalle macchie di sangue sulla giacca strappata ritrovata, viene attribuito ad una pugnalata nella zona del cuore.

Un libro in cui Mussolini può essere, forzatura, visto come un incidente umano necessario ad altri importanti personaggi storici senza cui nulla sarebbe accaduto. È un tutto che perfettamente si incastra con dovizia di particolari, una scrittura semplice persino dotta ma essenziale, decisa e forte. È il resoconto quasi maniacale, perfetto, stupefacente, del funerale della coscienza degli italiani che tra il 1919 e il 1925, inghiottiti, allucinati, drogati dal fascismo ma anche in buona parte schifati dalle efferatezze, dagli omicidi, sognavano di nascosto, codardi, la caduta dello stesso senza avere il coraggio di provocarla. Nella penultima pagina si legge, è Mussolini a parlare: “Continueranno a combattere, da una parte e dall’altra, senza sapere che abitano già una casa di morti. I nostri, i fascisti in camicia nera con i teschi ricamati in bianco, la abitano da sempre, gli altri cresciuti per secoli nel rispetto dell’essenza umana, non la riconoscono. Si aggirano a tentoni, tremanti, nella notte della pianura immensa, senza nemmeno potersi accodare all’istinto della lotta. Non capiscono… non capiscono… gattini ciechi avviluppati in un sacco. Mi sono giustificato dinanzi alla storia ma devo ammetterlo: è struggente la cecità della vita riguardo a se stessa. Alla fine si torna all’inizio. Nessuno voleva addossarsi la croce del potere. La prendo io”.

Gabriele D’Annunzio, il poeta, il soldato e l’aviatore (Mussolini prenderà lezioni di volo nel tentativo di non essere da meno), tenta la conquista di Fiume assieme a dei militari improvvisati e la sua annessione all’Italia, riuscendoci a novembre del 1919. Fiume è finalmente italiana con un governo provvisorio e libertino: D’Annunzio istituisce il divorzio. Si godrà poca e sofferta gloria e finirà la sua vita mantenuto dai vitalizi statali.

Il fascismo sarà avallato e giustificato da uomini come Benedetto Croce, uno dei massimi filosofi italiani dell’epoca già senatore e ministro della pubblica istruzione grazie a Mussolini.

Don Luigi Sturzo, fondatore del Partito popolare italiano, con la complicità della Chiesa che preferisce accordarsi con lo Stato fascista, viene sacrificato perché scomodo e costretto all’esilio. Gli succede De Gasperi alla segreteria del partito.

Vittorio Emanuele III di Savoia: “Introverso, insicuro, pignolo, gracile nel fisico e debole di carattere, probabilmente anche a causa del rachitismo che lo affligge (la sua statura raggiunge appena il metro e cinquantatré. Re d’Italia dal luglio del 1900″.

Lo definisco, dopo averlo letto, divorato, un caso raro della editoria italiana, un miracolo.


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