Storie e leggende del folclore pugliese, di Mara Tribuzio

L’uomo è storia ma ha anche un gran bisogno di storie per risvegliare la sua humanitas, le sue radici. È attraverso la memoria che tutto continua a vivere popolandosi di fantasia e verità, di superstizioni e attualità perché, se è vero che la curiosità è innata, è altrettanto vero che va alimentata e nutrita spingendosi anche più in là, nel recupero di un patrimonio di leggende e folclore pugliese.

Prezioso il lavoro di ricerca di fonti scritte, orali, multimediali e iconografiche dell’autrice bitontina Mara Tribuzio nel suo Raccontiamoci Storie e leggende del folclore pugliese, edito da Les Flaneurs, in cui con un leggero restyling il repertorio della tradizione si arricchisce di licenze fantasiose e poetiche.

Otto racconti che si leggono piacevolmente e suscitano nel lettore l’idea che la bellezza paesaggistica e storica della nostra terra qui trova terreno fertile per snodarsi in tutti i suoi aspetti e con un linguaggio talora ricercato, talora colloquiale, talora poetico sì da convertire il piacere della lettura in totale immersione nei contesti narrati.

Ne “La càp du Turk” la tracotanza di Mufarrag, che smania di appropriarsi di Bari viene punita dalla Befana, essere mostruoso che appariva in pubblico sotto le sembianze di una vecchiaccia. Per la troppa cupidigia e smania di potere si rischia di perdere tutto, anche la testa.

Delicata la storia d’amore raccontata in “L’arco della meraviglia”. Nel XVI secolo l’amore tra Matilde Meravigli e Nicola Mangiafava appare così sconveniente e imbarazzante agli occhi della pubblica opinione, eppure una voce innamorata non può esimersi dal ricalcare con variatio alcuni versi shakesperiani.

Ne esce un bozzetto davvero carino e avvolgente che sostiene l’idea che, talora, l’amore è in grado di superare il pregiudizio e l’abisso dell’ingiustizia.

“L’isola di Monterosso” attraverso il dialogo affettuoso del piccolo Pietro e dell’arzilla nonna Rosa spiega che giustiziare non sempre significa applicare la giustizia ma spesso allude proprio al contrario, cioè ai comportamenti crudeli e incivili nei confronti di persone buone e innocenti. Anche qui l’amore di Luce e Riccardo ci insegna che l’amore è un sentimento eterno che continua a vivere dopo la vita e che bontà, altruismo e civiltà sono tutti ideali che dovremmo imparare a coltivare.

I segni incisi su un tronco d’ulivo che sembrano graffi profondi di artigli felini incuriosiscono d’un tratto Peppino, pronto ogni mattina per la sua giornata d’ fatoic.

Qua la narrazione del racconto “U lepòmn d’ Vtònd” si infittisce e dipana il mistero con un ritmo crescente in un misto d’ansia e paura. Varie le ipotesi elaborate per la sparizione di Roccuccio e Damiano aumentando il sospetto.

Triste e dolorosa la vicenda del povero Giovanni in “Giovanni, cala il cappio” che, dopo tante preghiere alla Madonnina Addolorata per chiedere perdono di alcune malefatte giovanili tutte giustificate, trova finalmente un lavoro ma un rifiuto d’amore non gli lascia scampo e lo abbandona al suo destino.

Quando lo spazio di priva d’ossigeno, anche l’anima ne risente smarrendosi definitivamente e il cappio resta un supplizio sia per l’uomo che per l’animale.

La fama di Nunzia e di mamma Anna, regine delle strascinate è trasportata nel lontano Cinquecento quando la duchessa di Milano Isabella d’Aragona e la giovanissima figlia Bona Sforza giungono a Bari, faro più luminoso della terra di Puglia. Qui le famose orecchiette diventano, a detta di Nunzia, condizione essenziale per maritarsi.

«Imparati a fare le orecchiette altrimenti non ti riesci a maritare! Se tua suocera vede che non le sai fare, poi scancella il matrimonio! Che vuoi rimanere zitella?»

L’ilarità nasce spontanea immaginando che tali parole siano rivolte a sua insaputa a una duchessa.

Quando poi l’autrice narra di Pietà e Termite, i cugini bitontini di Romeo e Giulietta, rievocando l’acerrimo odio fra le due famiglie, l’amore appassionato sbocciato tra i due giovanetti si stempera in un motivetto tragicomico cadenzato da un ritmo simile a una dolce nenia.

«Lìuna maje quànd si bèdd

Lìuna maje quànd si bèdd

E chiù bèdd adà paràje

Nan’z a sand parrecchièun»

Luna mia quanto sei bella e più bella dovrai sembrare davanti al santo parroco.

La poetica serenata in vernacolo bitontino in musica e poesia è un binomio vincente per qualsiasi dichiarazione d’amore.

Come si può essere davvero felici quando, come nel caso della Contessa di Bitonto Mathilde, non si può godere appieno della vita?

La felicità non può essere confusa con la ricchezza quando si possiede un’anima sensibile e raffinata!

Non può mancare l’infanzia, il brivido della disobbedienza e non si può vivere di immaginazione e di supposizioni.

A venticinque anni la vita val quanto un desiderio soddisfatto sia pure in punto di morte nella suggestiva grazia di versi d’amore dannunziani.

«Stringiti a me,

abbandonati a me,

sicura.

Io non ti mancherò

e tu non mi mancherai.»

La raccolta dei racconti si chiude con un grande insegnamento. Val sempre la pena realizzare i sogni e impegnarsi perché divengano realtà, così come ha fatto la bravissima autrice “in preda ad attacchi di fame di nuove idee”.


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Angela Aniello
Angela Aniello è nata a Bitonto nel 1973, si è laureata in Lettere classiche e dal 1998 insegna nella scuola secondaria di primo grado. Da tempo si dedica alla scrittura come vocazione dell’anima. Ha pubblicato nel 1997 il racconto “Un figlio diverso” edito da Arti Grafiche Savarese e, nel 2005, ha pubblicato anche una raccolta di poesie dal titolo “Piccoli sussurri” edito da Editrice Internazionale Libro Italiano. Ha vinto il concorso nazionale Don Tonino Bello nel 1997 e nel 2004, ha conquistato il secondo premio a un certamen di poesia latina, Premio Catullo ad Acerra (Na) e nel febbraio del 2006 è arrivata il suo quarto premio al concorso di poesia d’amore Arden Borghi Santucci. Quest’anno (precisamente a giugno 2018) ha vinto il terzo premio di poesia e il primo premio per il racconto “Anche la paura puzza” al Concorso “La Battaglia in versi”.

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