«Noi volgendo ivi le nostre persone,  
‘Beati pauperes spiritu!’ voci  
cantaron sì, che nol diria sermone»

(Purgatorio XII, vv.109-111)

Come ci è già capitato di sottolineare, anche il canto dodicesimo del Purgatorio è diviso in due sezioni: la prima interamente volta a completare l’ampia parentesi dedicata alla prima cornice, quella dei superbi, la seconda che descrive l’incontro con l’angelo dell’umiltà.

Dante da principio avanza a testa bassa, proprio come Oderisi da Gubbio, a cui si accompagna; successivamente, accolto l’invito di Virgilio, si separa da Oderisi e prosegue con passo più leggero, concentrando la propria attenzione sul pavimento che stanno calpestando, interamente coperto da bassorilievi analoghi a quelli delle tombe sull’impiantito delle chiese, ma così ben scolpiti da far scambiare l’immagine con la realtà.

Dante si lancia in numerosissimi esempi di superbia punita, mescolando come di consueto il mito classico con quello biblico. Si tratta di ben tredici terzine consecutive, le prime dodici delle quali, a gruppi di quattro, iniziamo rispettivamente con le lettere V, O, M, a formare l’acrostico VOM “uomo”, cioè l’essere che soggiace al peccato di superbia e che Dante ironicamente invita a camminare a testa alta, invece che a chinare il capo con umiltà.

Leggiamo, dunque, di Lucifero, il più bello degli angeli, scaraventato già dal cielo, del gigante Briareo fulminato da Giove, di Apollo, Pallade e Marte che guardano le membra dei giganti sconfitti nella battaglia di Flegra; quindi, di Nembrod, altro gigante, responsabile della folle e cieca impresa della Torre di Babele. E poi ci è raccontato di Niobe, che piange le salme di ben quattordici figli, e di Saul che si suicida gettandosi sulla sua stessa spada; di Aracne, nel mezzo della sua trasformazione da fanciulla in ragno e ancora di Roboamo, di Alcmeone, di Sennacherib, del re Ciro, ucciso da Tamiri, della rotta degli Assiri dopo l’assassinio di Oloferne per mano di Giuditta; la tredicesima ed ultima terzina è dedicata alla rovina della sprezzante Troia…

Una sorta di necrologio dei superbi e della superbia, talmente lungo da lasciarci smarriti, e a cui fa da contraltare il tocco leggero delle ali dell’angelo. Questi cancella dalla fronte di Dante la prima delle sette P che gli erano state incise dall’angel guardiano, all’ingresso nel Purgatorio, e fa sì che egli si senta improvvisamente in grado di incedere con passo più leggero e spedito.

Il poeta chiede lumi a Virgilio il quale, mentre sorride benevolo alla vista dell’allievo che si tocca le tempie e così scopre che ora sono solo sei le P rimaste, gli spiega che, a mano a mano che le lettere  scompariranno, potrà spingersi con leggerezza tale che non solo non avvertirà più fatica, ma proverà piacere nella salita.

Piacere che, del resto, è già anticipato dal canto che accompagna l’ascesa nella seconda cornice:

«Noi volgendo ivi le nostre persone,
‘Beati pauperes spiritu!’ voci
cantaron sì, che nol diria sermone»

(Purgatorio XII, vv.109-111)

Ovvero: Mentre eravamo intenti a intraprendere la salita, alcune voci cantarono ‘Beati i poveri di spirito’, con tale soavità che non sarebbe possibile trovare parole per esprimerla.

In fondo, è già tutta qui la differenza tra il Purgatorio e l’Inferno, tra la superbia espiata e quella vantata: nell’Inferno, si scende, tra bestemmie, strida e lamenti; nel Purgatorio si sale, con peso via via calante e tra canti di dolcezza. Questione di zavorre. C’è chi le cerca e chi se ne libera.

Giovanni Climaco: «L’umiltà è l’unica cosa che il diavolo non può imitare».

T.S. Eliot: «L’umiltà è la virtù più difficile da conquistare; niente di più duro a morire del desiderio di pensar bene di se stessi».

Weil: «L’umiltà è soprattutto una qualità dell’attenzione».


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