Nei giorni 22 e 23 gennaio 2018 si è celebrato ad Andria il settimo convegno liturgico diocesano. Ospite della seconda serata è stata la Prof.ssa Morena Baldacci, teologa e liturgista, membro dell’Ufficio Liturgico Nazionale. Abbiamo approfittato per farle qualche domanda.

Oggi la società sembra essere alla ricerca costante del nuovo, di una novità che possa sconfiggere la noia. Cosa può insegnarci la ripetitività del rito?

Non c’è nuovo che non provenga da un seme; e solo ciò che proviene da un seme può definirsi un germoglio. Per cui, ben venga il nuovo, purché affonda le sue radici in una buona terra. Ogni autentica novità non è mai isolata o fine a se stessa, non è mai uno strappo. La ripetitività è tradizione ma, allo stesso tempo, tradizione che si ripete e genera qualcosa di nuovo. Per cui la liturgia è tradizione e novità, e solo nella dinamicità di questi due aspetti vi è una autentica liturgia.

Nel Suo libro “Liturgia semplice. Riti che trasformano” si sofferma sulla progressività del rito: nel rito si entra pian piano, a passi prima calmi e poi sostenuti. È la danza del rito…

Il rito non è mai qualcosa di morto, di statico. La liturgia è viva e vivace, è qualcosa che ti mette in movimento nell’interiorità e nell’esteriorità, nell’anima e nel corpo. Una liturgia rigida, passiva e immobile è una liturgia morta. Ogni liturgia è dinamica perché fa fare sì un percorso interiore, ma che collabora col corpo.

È il motto di San Benedetto: «mens concordet vocis»: la mente deve concordare con la voce, ovvero con quello che il corpo dice o fa.

Certo. La liturgia ci aiuta a cucire le parti di noi stessi. Siamo sempre un po’ frantumati quando entriamo in chiesa, la testa e il corpo non sono ancora pronti. Non a caso la liturgia ci invita ad alzare i cuori e a volgerli verso il Signore. Veniamo da lontano, per cui è necessario mettere insieme corpo e anima, affetto ed intelligenza, interiorità ed esteriorità. Le varie parti di noi stessi si ritroveranno unite in unica azione che armonizza il tutto.

A Papa Francesco è cara l’espressione «Chiesa in uscita». Quale è il rapporto tra questa e la liturgia?

La liturgia o ci spinge ad uscire o diventa prigioniera di se stessa. Quando la liturgia ci intrappola dentro una ritualità fina a se stessa o appagante, questa è una liturgia sterile, perfino idolatrica. Una vera liturgia, come per i discepoli di Emmaus, ti spinge fuori per correre ad annunciare il Signore. I riti di congedo non ci devono né intristire ne sollevare, come a dire che il rito si è finalmente concluso… Il congedo deve accendere la corsa della Parola.

Si stenta a credere che la bellezza della liturgia faccia la differenza. E questo poi incide sulla qualità delle nostre celebrazioni. Non si è disposti ad investire risorse umane ed economiche in questo senso. Penso alla qualità della musica o alla sciatteria delle chiese. Perché?

La mediocrità, la superficialità e la banalità è una tentazione nella liturgia. Essa ha un linguaggio fragile e debole, ha un linguaggio che si impone potentemente. Soltanto chi ha un’attenzione e una sensibilità potrà cogliere la potenzialità e la forza del rito. Che non ha la forza di un tuono, ma la delicatezza di una brezza leggera. Nello stesso tempo la liturgia ha una forza unica, perché capace di cambiare i cuori e lo fa attraverso la via della bellezza; e questa non a tutti è dato di comprenderla.

Nella prima serata del convegno, Don Marco Frisina ha detto che nella liturgia siamo sempre un po’ catecumeni, bisognosi di capire quello avviene all’interno del rito. Che ne pensa?

La vera interpretazione liturgica avviene in una liturgia in atto, quando l’assemblea celebra. Partecipando, un assemblea è capace di cogliere i sensi e i significati di un rito. Ben venga dunque una riflessione sui riti, fermando restando però, che la liturgia sprigiona tutta la sua forza solamente nell’atto di celebrarla. Una vera riflessione sulla liturgia è quella che si fa mentre la si vive, perché lì parla lo Spirito, lì parla la voce del silenzio. E lo Spirito dice cose indicibili anche ai più semplici. Lo spirito è capace di rivelare le cose nascoste anche a chi non è iniziato. Per cui una celebrazione liturgica, se ben fatta, può essere una forma di evangelizzazione anche per i lontani.

Prof.ssa Baldacci, lei è una teologa e biblista. Quale è il contributo delle donne alla causa del Vangelo e della Chiesa?

La strada è ancora lunga. Da poco in Italia le donne iniziano a prendere voce e consapevolezza del proprio ruolo nella Chiesa. E da troppo poco tempo la Chiesa si è accorta che esistono le donne. Pe fortuna, però, le donna hanno abitato spazi marginali in realtà fecondi. Oggi però c’è bisogno di una maggior interazione tra uomini e donne. Non dico solo di donne, ma uomini e donne che dialogano, progettano insieme e costruiscono questa Chiesa. Solo così la Chiesa – e la liturgia – ne potrà avere un vantaggio. La sensibilità femminile può portare maggiore credibilità alla bellezza del messaggio cristiano. Nella liturgia, dove c’è una donna si vede!