
La crisi silenziosa della professione infermieristica
La crisi infermieristica viene spesso raccontata attraverso i numeri. Si contano le dimissioni, si misurano le carenze di organico, si monitorano i concorsi andati deserti e si cercano soluzioni per reclutare personale dall’estero. Ma esiste una domanda che raramente viene affrontata: perché sempre più infermieri, pur continuando ad amare la propria professione, smettono di credere nell’organizzazione per cui lavorano?
Le risposte non si trovano soltanto negli stipendi o nella scarsità di personale. Il benessere professionale dipende anche dalla qualità della leadership, dalla comunicazione interna e dalla capacità delle organizzazioni di ascoltare chi lavora ogni giorno accanto ai pazienti.
Nella teoria manageriale esiste una differenza sostanziale tra autorità e leadership. L’autorità deriva dal ruolo. La leadership deriva dalla fiducia.
Un coordinatore può possedere tutta l’autorità formale prevista dall’organigramma aziendale senza esercitare una reale leadership. Può impartire ordini, assegnare turni, modificare organizzazioni e distribuire compiti senza riuscire a costruire consenso, coinvolgimento e appartenenza. Quando questo accade, la comunicazione smette di essere uno strumento di relazione e diventa un semplice trasferimento di ordini, ma la decisione scende dall’alto e l’infermiere esegue. Le motivazioni raramente vengono spiegate, le osservazioni raramente vengono richieste e i dubbi raramente trovano spazio. Si crea così quella che gli studiosi delle organizzazioni definiscono comunicazione verticale rigida.
In teoria dovrebbe garantire efficienza, ma in pratica produce spesso l’effetto opposto. Le persone smettono di partecipare, di proporre idee, di segnalare problemi.
Smettono di sentirsi parte della soluzione, e iniziano a considerarsi semplicemente esecutori. Questo fenomeno si definisce con un termine preciso: disimpegno organizzativo. Il professionista continua a svolgere il proprio lavoro, ma interrompe il legame emotivo con l’organizzazione e non investe più energie nel miglioramento, non si identifica più con gli obiettivi aziendali, non sente più che il successo o il fallimento del sistema riguardino anche lui. È una forma di abbandono che precede spesso quello fisico. Prima si lascia l’organizzazione mentalmente, poi si lascia il posto di lavoro.
Negli ospedali questo fenomeno assume caratteristiche particolarmente pericolose. La qualità dell’assistenza dipende infatti dalla collaborazione tra professionisti, dalla condivisione delle informazioni e dalla capacità di costruire fiducia reciproca.
Un infermiere che teme di esprimere un dubbio, che evita di segnalare un problema o che ritiene inutile proporre una soluzione rappresenta una perdita per l’intera organizzazione.
Si parla di “sicurezza psicologica”, cioè della possibilità di esprimersi senza paura di essere giudicati, ignorati o penalizzati. Le organizzazioni con elevata sicurezza psicologica mostrano migliori risultati clinici, maggiore soddisfazione professionale e minore turnover.
Quelle caratterizzate da modelli fortemente gerarchici e poco partecipativi registrano più frequentemente burnout, assenteismo e intenzione di lasciare il lavoro.
In molti contesti sanitari il problema non nasce da singole decisioni organizzative. Nasce dall’accumulo quotidiano di piccoli segnali. Infatti, si vede già dalla riunione in cui nessuno chiede il parere degli operatori e dal cambiamento comunicato senza spiegazioni, dal turno modificato senza confronto, dallo spostamento deciso senza considerare competenze e percorsi professionali, dalla segnalazione rimasta senza risposta.
Il disagio minimizzato, in questo tipo di organizzazione e si ha la sensazione di non essere ascoltati.
Tutti questi elementi presi singolarmente sembrano episodi marginali, ma ripetuti nel tempo costruiscono una cultura organizzativa.
Ed è proprio la cultura organizzativa che determina se una persona sceglierà di restare oppure di andarsene.
La professione infermieristica sta vivendo una fase storica complessa.
Gli infermieri possiedono oggi livelli di formazione, autonomia e responsabilità impensabili fino a pochi decenni fa.
La laurea, la formazione specialistica, i master e le competenze avanzate hanno trasformato il ruolo infermieristico in una professione altamente qualificata.
Eppure molti professionisti percepiscono una contraddizione crescente.
Da una parte aumenta la complessità delle responsabilità.
Dall’altra diminuisce la partecipazione ai processi decisionali.
Da una parte si chiede autonomia clinica.
Dall’altra si mantiene un modello organizzativo che in alcuni contesti continua a privilegiare l’obbedienza rispetto al confronto.
È qui che nasce la sensazione, riportata da molti operatori, di uno smantellamento progressivo dell’identità professionale. Non uno smantellamento normativo, nemmeno una riduzione formale delle competenze, ma uno svuotamento del significato del lavoro.
Quando l’esperienza non viene valorizzata, le competenze non orientano le assegnazioni, la formazione non viene riconosciuta, le persone diventano intercambiabili e il professionista viene percepito principalmente come una risorsa da collocare dove manca qualcuno, i professionisti scappano. Ed è proprio questo che sta avvenendo negli ospedali bolognesi.

























