
In occasione della celebrazione dell’Ottavo Centenario della morte del Santo di Assisi, il presbitero andriese Don Sabino Lambo, per il cinquantesimo anniversario del suo sacerdozio, ha scritto “frateFRANCESCO: per amore dell’amor mio” (Edizioni Abra Books), un’agiografia sui generis da cui emerge il ritratto di un uomo pieno di passioni e di slanci, nello stesso tempo fragilissimo nella sua indole temperamentale, ma afferrato da Cristo fin nella carne. Oggigiorno è ancora possibile scommettere sul Vangelo e sulla Vita. A parlarcene è lo stesso Don Sabino.
Ciao, Don Sabino. Perché hai scelto di scrivere “frateFRANCESCO: per amore dell’amor mio”?:
I motivi sono tre: innanzitutto perché è in pieno svolgimento la celebrazione dell’Ottavo Centenario della morte del Santo di Assisi; poi perché in un certo senso “ho voluto farmi un dono”, ricorrendo quest’anno anche il cinquantesimo anniversario del mio sacerdozio; e per conseguenza il desiderio di confrontarmi con questa grande icona della spiritualità cristiana e non solo.
Che ruolo ha assunto e svolge, tuttora, il Santo di Assisi nella tua vita?
Non appartengo alla famiglia francescana, la mia è una esperienza pastorale “secolare”, nel senso che sono chiamato a vivere il mio ministero in mezzo alla gente, sentendomi parte del suo vivere quotidiano; in questo l’intuizione di Francesco mi ha aiutato e mi aiuta a vivere la mia vocazione sacerdotale con quella freschezza e libertà di spirito che traggo dalla sua vita.
In che modo la ”Vita Prima” di Tommaso da Celano ha influito sull’opera, rendendola quasi una drammatizzazione?
Ultimamente autorevoli studiosi si sono approcciati alla storia di Francesco, producendo opere di grande spessore socio-culturale-spirituale e cercando di cogliere elementi per la nostra contemporaneità. Ho attinto con gusto e con passione a quanto è stato scritto di Giovanni di Bernardone, detto “Francesco”. La mia opera, piccola ed umile, si basa quasi esclusivamente sulla VITA PRIMA di Tommaso da Celano, una narrazione tra l’altro bocciata per ben due volte, perché non rispondente ai canoni della santità della Chiesa del tempo e dalla stessa Fraternità Francescana retta allora da Bonaventura da Bagnoregio. Ebbene proprio nella VITA PRIMA di Tommaso ho riscoperto un Francesco più umano, più vicino a noi, un uomo alla ricerca di senso come tanti nostri giovani contemporanei; un giovane entusiasta perché afferrato da un ideale altissimo, che porta il nome concreto di Gesù di Nazareth. Un amore il suo che tenta di ricambiare l’amore di Cristo stesso e che egli ha manifestato e testimoniato nella vicinanza e prossimità ai lebbrosi, ai poveri e a lasciarsi estasiare dalla bellezza e dalla gratuità delle cose create. Con questo mio contributo ho voluto far emergere proprio questi valori, strutturando l’opera secondo il genere letterario di un dramma.
Nell’opera leggo di alcuni giovani, nostri contemporanei, che in un pellegrinaggio verso Assisi, alla scoperta di Francesco, si imbattono proprio nei primi compagni del Santo e, idealmente, intessono con loro un dialogo serrato sulla sua personalità e sulle sue scelte di vita. Cosa emerge da questo incontro? E possono ancora i nostri ragazzi attingere al fascino attrattivo del Poverello?
Chi non è attratto dalla figura di Francesco?… Direi fin dall’inizio nella pittura, nella musica, nella letteratura, perfino oggi nel cinema, Francesco ha esercitato un fascino che rasenta quasi lo stesso fascino per Gesù di Nazareth, di cui egli è testimone fino in fondo. Certo, soprattutto i giovani ne sono attratti: quelli che sentono il suo stesso desiderio di essenzialità, di libertà interiore, di fraternità, di bellezza di fronte all’umano, anche se “deturpato”, ma sempre e comunque segno della bellezza segreta di Dio.
Nel dialogo con i giovani emerge il ritratto di un uomo pieno di passioni e di slanci, nello stesso tempo fragilissimo nella sua indole temperamentale, ma afferrato da Cristo fin nella carne. Oggigiorno è ancora possibile scommettere sul Vangelo e sulla Vita?
È vero! Francesco non è un uomo sdolcinato e mellifluo, come magari viene dipinto da certe iconografie ottocentesche ed oltre… Giotto da parte sua invece lo ha ritratto nel suo autentico realismo! Nel torace di quest’uomo batte un cuore che desidera tutto, che chiede il meglio, il più bello, il più giusto, il più santo… Ci sono tante scommesse allettanti sui può poggiare una esistenza: il denaro, il successo, il potere e tutto ciò che il ricco “mercato” della società può offrire. Anche lui, giovane, poteva scommettere in tal senso. Ma lui ha scommesso per il Vangelo e per tutto quello che da esso consegue, una vita autenticamente vissuta.























