Teatro del realismo, tra utopia e tensione…

Nelle varie edizioni, “quel ramo del lago di Como” ha assunto i tratti di un addentellato consunto e macilento, la compunzione di una realtà osteggiata da chi vive d’invidia, ansante cammino di chi lotta per un’angariata giustizia contro gli apostati soloni. Oggi, l’opera de I Promessi Sposi briga per caricaturare se stessa attraverso l’arte recitativa di Michele Sinisi e Francesco Asselta, protagonisti  di una sfrigolante e, meravigliosamente, pletorica rappresentazione di una rivisitata pericope manzoniana, sciorinata e moderata dal giornalista di Repubblica-Bari, Piero Ricci. Non nuovo alle nostre curiose delucidazioni, Michele Sinisi,, ospite di Fucina Domestica, si appropinqua, ancora una volta, al microfono del sottoscritto con gentile disponibilità.

Ciao Michele. Essendo già stato ospite di Odysseo, puoi delinearci le eventuali differenze recitative tra il Riccardo III, di cui ci parlasti tempo fa, e la rivisitazione che, oggi, ci offri de I Promessi Sposi?

La differenza fondamentale risiede nella composizione del cast dell’uno e dell’altro: Riccardo III prevede la presenza di un solo attore, mentre ne I Promessi Sposi ci saranno 11 attori (gli stessi di Miseria & Nobiltà, sempre realizzato con Asselta). Tutto quindi è agito a partire dalla presenza o meno di altri esseri umani sulla scena con cui condividere e costruire il racconto. Credo che la differenza principale sia appunto in questo, o comunque è quello che segna fortemente lo stacco tra i due lavori.

Shakespeare e Manzoni, anacronistici autori dalle sempreverdi argomentazioni. Quali, se ce ne sono, i punti di contatto fra Romeo e Giulietta e Renzo e Lucia?

Mah, sostanzialmente, anche qui l’aspetto più evidente: la dinamica della storia d’amore ostacolata da contingenze esterne. In entrambe le opere, tali impedimenti vogliono essere segni di un’azione più grande, che rappresenta la società intera intorno a loro, alla difficoltà di stare assieme.

Attraverso un ambizioso cimento nelle più spietate opere teatrali, come ad esempio in Miseria e Nobiltà, Michele Sinisi e Francesco Asselta portano quasi ad un nuovo battesimo la propria gente, una sorta di monatti che, dal lazzaretto, tirano fuori un affresco catartico della società. Quanto si può rendere contemporanea una malaparata seicentesca, trascritta a fine Ottocento?

L’utilità del descrivere fatti precedenti al proprio presente storico risiede nel maggior distacco con cui poter parlare di volti e di comportamenti che diversamente, più vicine al nostro respiro quotidiano, ci coinvolgerebbero così tanto da non poterne gestire la forma, senza la quale mai potremmo veicolare i fatti ad un interlocutore, che a sua volta è sempre il motivo per cui si scrive o si mette in scena un racconto.

Le figure di Don Abbondio, Perpetua, Don Rodrigo, l’Innominato ecc…, tracciano un quadro ironico della cattiveria umana. In questo senso, possiamo leggere il primo Fermo e Lucia come l’antesignano del genere satirico?

Che Fermo e Lucia possa anticipare tale genere letterario è un giudizio, o sguardo, che lascio ai critici letterari, ai professori delle lettere. Sono un teatrante e la cosa che restituirei nello specifico è la differenza tra i due testi nella maggiore descrizione psicologica dei personaggi ne I Promessi Sposi. Il maggiore realismo storico del secondo testo riguarda a specchio sia i fatti che i personaggi, ciascuno genera ed è generato contemporaneamente dall’altro. E questo maggiore realismo, del romanzo successivo, rende i personaggi più vicini a noi, più complessi e quindi più contemporanei.

Come nell’Ivanohe di Walter Scott, i personaggi de I Promessi Sposi sono fortemente caratterizzati quel “guazzabuglio del cuore umano”. La redenzione morale, nel mondo moderno, è solo utopia?

Più che utopia è una tensione, una direzione verso cui andare e da concretizzare con piccoli passi quotidiani. Non credo nella improvvisa redenzione o nel cambio istantaneo di una comunità, siamo esseri umani e quando qualcuno si professa salvatore della patria temo sempre di essere circondato da pericolosa demagogia alimentata dall’ignoranza.

Progetti futuri?

Da attore lavorerò ad uno spettacolo scritto e diretto da Antonio Ianniello, Canoe di popolazioni primitive. Da regista aspetto un po’ prima di decidere su cosa lavorare immediatamente dopo. Con Carbutti e Fisfola stiamo individuando il mio prossimo progetto per il Festival “Castel dei Mondi”. Mi confronto con loro e con Del Giudice perché mi interessa vivere contemporaneamente l’opportunità e il servizio nell’essere presente.