L’antidoto al populismo e alla politica-spettacolo resta il protagonismo dei cittadini organizzati

Il populismo: sembra che non si arresti; riprova è l’ascesa di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti quale cassa di risonanza dei vari populismi europei: dalla Brexit inglese ai governi ungheresi e polacchi, agli eventuali prossimi condizionamenti elettorali francesi e tedeschi, nonché all’appuntamento referendario del 4 dicembre in Italia.

Elemento coreografico, ma non solo, è la volgarità brutale del suo vocabolario politico da birreria affollata, che alcuni studiosi hanno definito “nuova lingua del potere”, espressione di una tendenza totalitaria.

Da noi il populismo ha in­tercettato e amplificato la sfiducia politica, spingendo a denunciare più che a dialogare. La sfiducia, d’altronde, è una virtù democratica, se favorisce la sorveglianza e il controllo del po­tere e dei leader. Ma diventa rischiosa per la democrazia, se diventa sfiducia negli altri, producendo il distacco dalle istituzioni.

Il populismo, precisa il sociologo francese Jean-Louis Schlegel, non è una dottrina, ma una strategia degli attori politici in tempi di crisi che solleticano le frustrazioni e additano un nemico: le élites politiche, tutte considerate corrotte, e gli immigrati da cui distinguersi e distanziarsi con risentimento. Questo viene presentato come un grande marketing della paura, senza alternati­ve, dove il risentimento è l’unico elemento in grado di avere mercato politico di tipo personalistico ed esclusivistico, senza creare comunità, ma degenerando in ghetti di bassa lega.

Terreno fertile di questi movimenti è una informazione capziosa e strumentale intorno a una democrazia rappresentativa, che fatica a funzionare per un disorientamento dovuto all’assenza di riferimenti so­ciali e culturali. Contestualmente vengono considerati fuori moda, prive di appeal, le “buone ragioni” dell’altro, della socialità, dell’altruismo. Così, invece di chiarire, esibendo, ad esempio i veri numeri dell’immigrazione, peraltro in calo nel nostro Paese, si preferisce la strada più redditizia dell’assecondare le paure, i risentimenti, la sfiducia.

Dio e la religione rimasero ai margini del populismo tra gli anni Ottanta e Novanta. Quando vi entrarono, fu per rafforzare l’identità di un popolo tradito da una Chiesa di Roma, non meno “ladrona” della politica romana; oppure, come in Turchia, per risvegliare una nazione islamica stanca di una laicità governativa e militare.

Molti europei si sono improvvisamente risvegliati con la paura di ritrovarsi, tra qualche anno, in una società radicalmente diversa. E tra gli elementi costitutivi della società di cui temono la sparizione c’è la religione cristiana. In questo il paradosso è dato dal rammaricarsi proprio di coloro che non vanno più a messa.

Ma in realtà si tratta di un ritorno alla religione intesa come patrimonio di tipo “folcloristico” e non come dimensione spirituale. Gli europei si sono troppo profondamente convertiti al materialismo, alla comodità di questa vita consumistica, e non si sentono abbastanza forti o motivati per ritornare alla dimensione spirituale della religione. La religione sembra troppo impegnativa, troppo esigente, troppo in contrasto con la società consumistica che ha trionfato in Europa. Quindi, più che un ritorno di fede, si tratta di una religione rituale, priva di spiritualità …Si tratta di un revival in cui, ad esempio, la Messa in latino è molto suggestiva.

I populisti di destra, reclutando Dio tra le loro file, hanno ben inteso che, se non parlano del disagio religioso a causa dei musulmani, perdono una grande risorsa politica. Contestualmente hanno capito che possono trarre vantaggio da questo riferimento soltanto se si tratta di una religiosità non spiritualmente profonda, vale a dire una religiosità tradizionale e rituale. Perché diversamente non otterrebbero alcun successo.

L’antidoto al populismo e alla politica-spettacolo resta il protagonismo dei cittadini organizzati. Si tratta di rivitalizzare le democrazie, investendo nelle energie morali degli esclusi: un meccanismo che appare sempre meno suggestivo perché perlustrare strade nuove e misteriose è un imperativo faticoso e compromettente, che nasce da una sfida, soprattutto là dove c’è bisogno di calore e dove è duro vivere …, affinché la luce non ceda il passo al crepuscolo e il crepuscolo alla notte.