Un guerriero. Mio figlio.

Questa domanda è sorta anni fa ed aveva un tono ottimistico. Sottendeva un: “Forse non finiremo mai davvero, ma se finiamo?” … e finimmo.

Da allora non ho più smesso di porla questa domanda, anche nel tono opposto. E così mi sono spesso guadagnata la fama dell’ansiogena.

Questo giro non ha fatto eccezione: invitavo mio figlio tredicenne a non sottovalutare il tempo rispetto al suo esame orale di terza media. Non c’era una data, ma se fossero stati estratti per primi?

Non succede, ma se succede? Ed è successo… ma non è questo. Il tempo era stato usato a dovere, il tutto si sarebbe risolto in quattro giorni. Venerdì prima prova scritta, sabato seconda prova scritta, lunedì terza prova scritta, martedì orale. Tamburo battente.

E qui un nuovo “Non succede, ma se succede?”. Solo che a questo punto della storia, francamente, nemmeno io avrei mai immaginato di dovermelo/potermelo chiedere. Ci si può ammalare improvvisamente la sera prima dell’ultimo scritto, con l’orale il giorno successivo?

Non succede. Ma se succede? È successo.

La febbre a 39.3 è febbre a 39.3, non c’è molto altro da dire. Potevo però spiegare a mio figlio che nulla era perduto perché gli esami, per ragioni documentare, possono essere rinviati entro un certo termine: parola di Ministro.

Ed ecco che sorge lo schiaffo morale, l’insegnamento, ciò che non dimenticherò mai più: “Io mi rimetterò in piedi mamma! Io devo fare questo esame. Io starò bene”

La forza sovrumana, la convinzione, la caparbietà. Quella che ho sentito sciogliersi mentre nel delirio della temperatura alta, parlando da solo, gli faceva dire: “Sono al sicuro, c’è mamma. Mi metto in piedi”.

Non succede, ma se succede?

È successo: si è messo in piedi. Ha fatto il suo esame senza mezza lamentela o piagnisteo. Ed ha estratto il suo bigliettino alla fine. Recita così: “Togli il non dalla frase “non posso”. Vedrai che la tua vita cambierà”

E così mi sono detta: lo ha già tolto, lo sa già, lo ha fatto.

Forse senza saperlo.

Un guerriero. Mio figlio.


FontePhotocredits: Miriam Arsedea Massarelli
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Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

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