CHI RUBA TRE SECCHI DI MANDORLE, È UN LADRO DA METTERE ALLA GOGNA, CHI INVECE CORROMPE O DEVASTA L’AMBIENTE, UN FURBO, E FA CARRIERA

Sono poche le vetture che a quest’ora con i parabrezza ancora assonnati percorrono le strade della città. Soprattutto visi bruciati dal sole, polmoni intrisi di diserbanti e pesticidi. Non mancano biciclette, che devono scansare barattoli di coca cola o bottiglie di birra che si contendono la strada assieme a fazzolettini e tovagliolini sporchi di gelato, prima che gli indaffarati operatori ecologici in tuta arancione, dalle fasce luminescenti, provvedano a ridare un pizzico di decoro alla via dove nacque il pittore Giuseppe De Nittis.

Con la tua Passat, urti alcune lattine, che, carambolando su altre, finiscono nella caditoia, o si spiaccicano al suolo, conservando il disegno zigzagante del battistrada. Abbandonato il centro cittadino, vigilato senza poteri sanzionatori da Eraclio, che può solo lanciare qualche monito alla buona educazione con il suo sguardo ieratico, imbocchi corso Garibaldi, Via Imbriani ed infine via Canosa.

All’altezza dell’Ospedale nuovo, ti infili nella strada interpoderale che porta al tuo poderetto. La vettura, ballonzolando, tra buche, salti e dossi, come su una sterrata pista di gincana, avanza lentamente, ed il popolo degli ulivi ti viene incontro, salutandoti affettuosamente con lo stormire delle foglie. Una superstite cavolaia ti dà il benvenuto entrando nell’abitacolo, mentre delle api, impaurite, saltellano laboriosamente da un fiore all’altro appena dischiuso.

All’improvviso il tuo sguardo, incantato dal sole che, arrossendo per la fatica, si arrampica per le innevate pendici del cielo, che virano gradualmente verso l’azzurro, viene calamitato da figuri che in senso contrario percorrono la stessa pista sterrata. Sobbalzi, il sangue, come quello di un toro alla vita di un panno agitato, schizza alla testa, e un sospetto si fa strada sempre più convintamente. Ladruncoli mattinieri! Chiami a raccolta pensieri e sentimenti che ti esortano alla calma zen, a non dire e fare sciocchezze. Sono in due, e tu, solo uno straccio zoppicante!

Nella tua mente immediatamente appare la tragica sorte che capitò al figlio di tuo cugino Domenico, aitante contadino di vent’anni, inferocito, perché dal suo campo, ogni giorno condito dal suo sudore, sparivano rape, cavolfiori, bietole e cicorie. Fidando sulle sue doti atletiche e sulla conoscenza delle arti marziali, rientrò in campagna prima che la sua giovanile voracità svuotasse il piatto, fermamente convinto che avrebbe colto in flagranza i malviventi. Vide giusto, ma alcune ore dopo il suo corpo, inerme, fu rinvenuto dal padre che svenne davanti alla scatola cranica, sfondata da un violento colpo di una mazza, mentre brandelli di massa grigia erano disseminati per ampio raggio. Si appurò, poi, che, erano stati in due, i vili. Ladri e massacratori spietati.

Man mano che ti avvicini ai due soggetti, ricorri a tecniche di Yoga e PNL per controllarti in un momento di grande nervosismo. In primis, regolarizzi la respirazione e fai in modo che le pulsazioni con ritmo regolare continuino a scandire il tempo della tua vitalità. Poi, visualizzi i colori, partendo dal rosso, per finire con l’indaco ed il viola.

Sono decisamente più giovani di te. Uno smilzo, dalla testa pelata ed il viso, coperto da un velo di barba, annerito dal sole, avrà una trentina di anni.  L’altro la cui barba da tempo non incrocia la lama del rasoio, una quarantina. I suoi denti, anneriti, laschi e traballanti, pregiudicanti una corretta masticazione, non avranno mai conosciuto uno studio dentistico in vita loro.

“Buon giorno! Quelle mandorle sono mie!”, asserisci risolutamente con falsa disinvoltura. Indicando con l’indice destro tre enormi secchioni che, per complicità o paura, tacciono. “Zio, vai tranquillo, è roba nostra, le abbiamo raccolte nella campagna di nostro cugino”, e segnala, il più giovane, una zona, dove in realtà vengono allevati solo ulivi e viti. Insisti, sorridendo distensivamente, con l’espressione “…a campegn d z vattinn, arrubb e fusciatinn” (Alla campagna di zio “Vattene”, ruba e fuggi via). Il più incallito, baciando il tergo della mano, giura sul Padreterno.  Invoca, a testimonianza, la Madonna dello Sterpeto, i Santi del paradiso e persino la sua mammina, devota di Sant’Antonio.  Recita, in verità, così bene la parte, che ti si insinua nella mente un barlume di dubbio.

Il brizzolato, annuendo con la testa, mentre alcuni denti dell’arcata superiore evocano esercizi di acrobati impegnati senza rete di protezione, racconta di essere stato educato ai valori dell’onestà. Aggiunge: “Non ho mai rubato in vita mia, e se qualcuno dei miei figli si permette di fare qualche sciocchezza sarei capace di mandarlo all’ospedale”, che materializza con la mano destra allungata. Monta, la tua perplessità.

“Anzi,” riprende, Vincenzo, il più ciarliero, “abbiamo bucato, i secchi sono pesanti, per favore, zio, ci dai uno strappo fino all’uscita del tratturo? Io mi porto la bicicletta e Salvatore sale in macchina con te. Fidati di noi. Non potrei mai ingannare una persona anziana. Mio padre ha i capelli bianchi, come te!”

Incerto sul da fare, alla fine… abbocchi all’amo. Esci dalla portiera che avevi blindato con la chiusura di sicurezza. Presentazioni. Stretta di mano. Apri il cofano, due secchioni finiscono a fatica nel portabagagli ed il terzo nel vano macchina.

Nell’avviare la manovra di dietrofront, ti avvicini alla tua campagna. L’occasionale compagno di viaggio ti sollecita a fare sollecitamente inversione di marcia. La tua testa fa un balzo all’indietro, si fa strada, infatti, in te la convinzione che tema la scoperta del misfatto. Comunque, pur consapevole che ti stanno facendo barba e capelli, non vedi altra via di uscita e ti metti a conversare. “Che fai nella vita”, gli chiedi. “Sono un sub, faccio cozze pelose, datteri, mitili, ricci e li vendo ai ristoranti o sulla strada. Roba fresca di giornata! La prossima volta che mi vedi su via Canosa, avvicinati, che te li faccio assaggiare.” Conclude.

Raggiunta la statale, pensi di aver esaurito la tua missione e non vedi l’ora della verifica in campagna. “Zio, signor Domenico, per favore, mi accompagni fino a casa?” Lo guardi, ti fa pena. Non riesci proprio a dire di no.

Raggiunta una traversa di via Canosa, dietro sua indicazione, ti fermi. I secchi vengono scaricati, ed il passeggero sul cui vello della schiena zampettano dei pidocchietti appena sfrattati, inquadrando compitamente l’allocco, con lo sguardo rivolto alle mandorle “Le vendiamo ad un euro il chilo, una boccata d’ossigeno per la famiglia!  Vedrai che diciamo la verità!” Gli stringi la mano e lo saluti. Cordialmente.

Di corsa, raggiungi la campagna. Di mandorle, neanche l’ombra. Svanite. Solo foglie disseminate.  I mandorli, massacrati. Rami spezzati, ancora gocciolanti linfa, disseminati per terra, perfino scagliati sulla siepe dei fichi d’India. Due lunghe pertiche, coperte di ematomi, in prossimità.

Ti addossi ad un tronco, pian piano il tuo corpo scivola, e ti accasci a terra. Avresti pure sorvolato sul furto delle mandorle, ma la condizione pietosa in cui sono stati selvaggiamente ridotti gli alberi ti esaspera. Nella vita di quelle piante vedi il fluire della tua vita, dei tuoi ricordi, dei tuoi affetti. Tuo nonno le aveva accudite e potate per anni, e quel poderetto per te possiede un valore inestimabile. Tua madre lo ebbe in dote quando si sposò, poco prima, quindi, che tu nascessi!

Dopo un buon quarto d’ora, ti riprendi. Ti è, ormai, passata la voglia di raccogliere i fioroni neri. Salti in macchina con il diavolo in corpo. Percorrendo la pista dissestata, come se fosse un velodromo, ti precipiti su via Canosa. Ad un incrocio, sul marciapiede, i tre secchi ti vedono arrivare. Non fiatano. I manici guardano verso il basso. Per la vergogna. Il venditore, recentemente conosciuto, ti scorge da lontano, ma rimane impassibile, come se nulla fosse.

Parcheggi incivilmente sulle strisce pedonali, ti scaraventi dal veicolo e raggiungendo lo scalcinato malcapitato gli urli ripetutamente, facendo in modo che tutti sentano: “Sei un ladro! Quelle mandorle sono mie!  Sei un ladro. Sei un ladro.”  “No, zio, certamente mi confondi con qualche altro”, bisbiglia il giovanotto, mentre gli occhi bighellonano e le braccia armeggiano a vuoto.

Al vicino angolo di strada, addossati a dei pali, stazionano, ammazzando il tempo, degli annoiati anziani. Non appena si alza il sipario della rappresentazione stradale immediatamente i loro sguardi si concentrano sul diverbio tra derubato ed il presunto ladro.  Ammiccano tra di loro, mentre il capannello si infittisce.

Minacci di chiamare i carabinieri. Inveisci. Farfugli insolenze, ma all’interlocutore non fanno né freddo né caldo. Non si scompone minimamente e, per darsi un’aria, mette in bella mostra le mandorle più grosse, rimuovendo rametti ricoperte di foglie.

Finita la sfuriata, non sapendo che altro fare e dire, ritorni in macchina. Indignato con te stesso, apostrofi in cuor tuo la reazione incivile ed inconsulta. Mentre ti allontani, seguito dagli sguardi sornioni di tutti gli astanti, una vocina ti ammonisce, severamente, senz’appello: “C’era proprio bisogno della scenata? Non sai che in prigione finiscono solo i poveri cristi e mai i colletti bianchi? Era proprio necessario condannare pubblicamente un giovane, anche se indebitamente si è appropriato delle tue mandorle? Non pensi che quel ladruncolo è sintomo della crisi economica o rappresenta in ogni caso un fenomeno di devianza sociale, che va affrontato con adeguati strumenti e strategie?  Non potevi immaginare un altro modo per gestire il conflitto?”

Poi, scavando ancora più profondamente dentro di te. “Reagisci, forse, con la stessa virulenza di fronte a rapine perpetrate dai potenti ai danni della collettività? Ai saccheggi dell’ambiente? Al furto della salute e dell’istruzione? Al forzoso abbandono della propria terra da parte di tanti giovani? Alla furia scatenata di cittadini, politici e mass media contro i migranti, che toccano Lampedusa, deprivati di tutto su barconi sgangherati? Al cimitero di povera gente, fuggita da carestie, guerre e sopraffazioni inaugurato da anni nel mar Mediterraneo? All’ecatombe di milioni di animali che ogni giorno finiscono nei macelli”

Per l’intera giornata la tua coscienza non ti dà tregua! A sera riesci a prender sonno, quando tra le tue sinapsi si materializza il pensiero che gli errori servono a far maturare scelte più consapevoli e generare sentimenti più generosi.


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Domenico Dalba
Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani.Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola.Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola.Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle.Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.