L’alfabeto di Dante

Nella Commedia, la figura della Vergine Maria riunisce in sé tutte le virtù spirituali della vita cristiana. Maria è soprattutto la mater misericordiae: è lei infatti a «muovere» Lucia verso Beatrice, dando origine a quella catena di premura amorosa che salverà la vita di Dante smarrito nella selva. Così Beatrice dirà a Virgilio quando questi le chiede il motivo della sua discesa dal cielo:

«Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo ’mpedimento ov’io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange». (Inf. II, vv. 94-96)

All’inizio del poema vi è dunque la materna intercessione di Maria per l’uomo peccatore. Nell’anti-purgatorio, dove vi sono le anime dei peccatori fino all’ultim’ora, Bonconte racconta a Dante gli ultimi istanti della sua vita.  Durante la battaglia di Campaldino, consumatasi l’11 giugno 1289 e alla quale aveva preso parte lo stesso Dante, Bonconte giunge alla foce del fiume Archiano «forato ne la gola» e «a piede» perché caduto dal cavallo, quando

Quivi perdei la vista e la parola;

nel nome di Maria fini’… (Purg. V, 110-101)

L’ultimo pensiero di Bonconte è rivolto al cielo; l’ultima parola che riesce a pronunciare è il nome di Maria. E non perché «al gran peccatore gli fosse mancato il coraggio di rivolgersi direttamente a Dio» (D. Mattalia), ma perché è alla Madre che l’uomo si rivolge «adesso, e nell’ora della nostra morte».

A partire dal Purgatorio vero e proprio, la Vergine di Nazareth è sempre il primo degli exempla di virtù apposti ai vizi capitali che si espiano in ogni balza della montagna sacra. Nella prima di queste, dove si espia il vizio dell superbia, il più grave dei vizi perché si risolve sempre in un atteggiamento di totale aversione a Dio, l’exemplum di umiltà si concentra sull’episodio mariano dell’Annunciazione:

L’angel che venne in terra col decreto
de la molt’anni lagrimata pace,
ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,
dinanzi a noi pareva sì verace
quivi intagliato in un atto soave,
che non sembiava imagine che tace.
Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’;
perché iv’era imaginata quella
ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;
e avea in atto impressa esta favella
‘Ecce ancilla Dei’, propriamente
come figura in cera si suggella. (Purg. X, vv. 34-45)

Se il peccato di superbia più grave è quello di Lucifero, che volle a tutti i costi essere come Dio voltando «le spalle al suo fattore» (Par. IX, 128), l’atto di umiltà più grande è quello di Cristo che, svuotatosi di se stesso, divenne uomo nel grembo della Vergine. Ed ella, accogliendo con fede l’annunzio dell’angelo, nobilita a tal punto la natura umana «che ‘l suo fattore / non disdegnò di farsi sua fattura» (Par. XXXIII, vv. 5-6). A partire, dunque, da questo momento del viaggio, Dante pellegrino, scorgendo in Maria il volto stesso della misericordia, avverte più vicina la sua redenzione: è come se «la lagrimata pace» attesa e invocata dall’umanità, fosse ora a lui ancora una volta disponibile nella speciale grazie dell’«altro viaggio». Questo primo exemplum assume allora tutto il suo valore non solo in riferimento ai canti della superbia, ma anche in relazione a tutto il Purgatorio, di cui è simbolo, essendo l’Annunciazione mirabile premessa di tutto il mistero della Redenzione.

Nella terza cantica, insieme al trionfo della gloria divina che «per l’universo penetra e risplende / in una parte più e meno altrove» (Par. I, vv. 2-3), assistiamo al trionfo di Maria, la Regina del cielo, la cui faccia «a Cristo più si somiglia» (Par. XXXII, vv. 85-86). Il primo riferimento alla Vergine si ha nel terzo canto, attraverso la citazione della preghiera mariana più conosciuta:

Così parlommi, e poi cominciò ‘Ave,
Maria’ cantando, e cantando vanio
come per acqua cupa cosa grave. (Par. III, 121-123)

 

Non è forse fortuito il riferimento a Maria proprio in questo canto in cui Piccarda, la prima beata che il pellegrino incontra nel cielo, illustra il significato e l’essenza della beatitudine, che consiste nella perfetta coincidenza tra volere umano e volere divino, da cui proviene la felicità propria del paradiso:

 

«Frate, la nostra volontà quieta
virtù di carità, che fa volerne 
sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.

(…)

E ‘n la sua volontade è nostra pace:
ell’è quel mare al qual tutto si move
ciò ch’ella cria o che natura face». (Par. III, vv. 70-72, 85-87)

Chi più di Maria ha fatto della sua vita un totale fiat alla volontà del Padre? Così scrive Bernardo nelle sue celebri omelie sul Missus est: «Perciò solo nei buoni Dio è in modo tale da essere con loro anche per la concordia della volontà. Essi sottomettono infatti le loro volontà alla giustizia divina così che non sconviene a Dio volere quelle che essi stessi vogliono; e non scontandosi dalla sua volontà, essi sono spiritualmente una sola cosa con Dio. Così avviene con tutti i Santi, ma avviene specialmente con Maria, con la quale la sua comunione fu così assolutamente grande da unirla a sé non solo nella volontà ma anche nella carne, e da generare dalla sua sostanza e da quella della Vergine un solo Cristo, o piuttosto da diventare con lei un solo Cristo» (Omelia terza, 4). Il riferimento mariano appare dunque teologicamente fondato se consideriamo la Vergine quale perfetto modello di adesione piena e totale alla volontà di Dio, a cui Piccarda stessa tendeva nella sua vita monacale.

In questa breve disamina dedicata alla figura di Maria nella Commedia, non può certo mancare la grande e solenne preghiera alla Vergine che apre l’ultimo canto del Paradiso. Ragioni di spazio, però, ci obbligano a rimandare l’argomento ad un prossimo Alfabeto. Ci congediamo con il pensiero di un grande critico che ha dedicato al nostro tema pagine importanti: «Non è per lui –Dante- un mito la Madonna e il cielo un’astrazione, ma verità amata e sospirata al pari della sua donna beatificante, e della sua patria sempre diletta, anche se ingrata, e della fede che egli ha, ferma, in una sacra missione e della speranza che egli ha, salda, nei frutti di questa missione».

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