Vendo biglietto del Jova Beach Party

Avrei voluto scriverlo decine di volte negli ultimi giorni. La vigilia di qualsiasi evento mi provoca ansia. Penso e ripenso a tutto ciò che potrebbe andar storto. Non è pessimismo, ma cherofobia, ovvero la paura che l’assenza di problemi nasconda, in realtà, un tranello dietro l’angolo. Già, dietro l’angolo. A Barletta, per la precisione. A due passi da casa.

Di cosa avevo davvero paura? In fondo avevo già frequentato concerti e stadi. Ma, stavolta, era diverso, sarebbe stata una festa in spiaggia, una discoteca en plein air, un’emozione estiva da condividere con altre cinquantamila anime, uno stuolo di cuori che battevano sulle note di una melodia da ghermire una tantum, in una serata irripetibile, un Lido Mennea gremito di spensieratezza e speranza.

Spensieratezza? Una condicio a me sconosciuta, timori che uccidono sentimenti, l’impossibilità di programmare persino i giorni piacevoli, quelli diversi, da conservare nella coscienza di chi mi sta intorno, delle mie amiche, i miei angeli custodi che, a volte, e a torto, consumo di sfiducia, ma che sono sempre lì, a darmi coraggio.

Biglietto in tasca (non più venduto) e sole in faccia, salgo sulla pedana riservata ai diversamente abili. Mi siedo, alternando la fatica di restare in piedi con Michela e Nunzia per ballare e intonare il ritmo di una consolle che Lorenzo Cherubini maneggiava con cura, ospitando sul palco artisti del calibro di Caparezza, dei Boomdabash e dei Sud Sound System. Angelica, che mi aveva agevolato il parcheggio, era ferma ai box, asserragliata nella dispersiva confusione di un torrido tramonto che ci preparava alla notte dei desideri.

Quattro ore no stop, una full immersion impegnativa ma soddisfacente, una meravigliosa storia da raccontare, la mia, la nostra, contro gli stereotipi e i limiti che ci auto-poniamo, una strada sterrata da percorrere fino alla felicità, fino a quel refrain imparato a memoria. Si dipana di fronte a me un mondo nuovo, un’America da calpestare a pochi chilometri, Caravelle da far salpare dal porto dell’insicurezza e far navigare a vele spiegate nel mare della curiosità. L’ignoto mi debilitava, l’ignoto mi ha salvato dal rimpianto che avrei avuto se non fossi stato partecipe di quel senso comune di vita vissuta.

“Meglio vivere che lasciarsi vivere!”, ripeteva Jova al suo pubblico a cui cercava, riuscendoci, di comunicare, costantemente, il suo messaggio: “Lo senti???”.

L’abbiamo sentito tutto, l’abbiamo sentito tutti.

Era giunto il tempo di andare, meglio non sfidare il fato, imbottigliarci nel traffico a quell’ora avrebbe acuito la stanchezza. Preferisco lasciare al momento giusto. Così, a cinque minuti dalla conclusione della scaletta, ci avviamo verso il parcheggio. Ansante e trafelato incrocio lo sguardo di un ragazzo in carrozzina, udite udite, completamente solo! Nunzia si offre di spingere il suo coraggio e di accompagnarlo all’auto, di scortarlo al riparo da quel fiume di ascoltatori e bagnanti. Ci confessa di essere un grande fan dei Sud Sound System, di essere arrivato, autonomamente, da Monopoli, e di girare tutta Italia nella più totale indipendenza fisica e motoria.

Sorrido. Pensare che ero lì lì per vendere il mio biglietto. A due passi da casa. Mi sarei perso la più preziosa delle lezioni, la più calda delle spiagge e la più meravigliosa delle avventure.

 


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Miky Di Corato
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.